mercoledì 23 settembre 2009

LA BELLA CETRIOLINA ( parte 2 di 2)



Bortolo non trovò di meglio che rivolgersi di nuovo alla zia Camillamolla, che era quella che da sempre in famiglia dispensava consigli a tutti e su tutto. La zia lo tranquillizzò consigliandolo di aprire un negozio di parrucchiere:
“Caro il mio Bartolino, qui nel bosco non c’è nessuno che sappia curare i capelli di una signora. Apri un bel negozio, diventa un bravo parrucchiere e fatti una bella clientela. Vedrai che, prima o poi, anche Cetriolina verrà a farsi lavare i capelli da te e allora …..”
Il sorriso che illuminò il volto di Bortolo rimase ancora per un istante nell’aria mentre lui si precipitò ad organizzare il tutto. Visto che il bosco non si trovava in Italia ma nel paese delle fiabe, il negozio di parrucchiere venne aperto la settimana dopo. Bortolo aveva un sacco di difetti, ma si rivelò un bravissimo parrucchiere e in poco tempo si fece una clientela numerosa e dovette prendere anche delle aiutanti. Un giorno finalmente si presentò la bella Cetriolina e Bortolo capì che era giunta la sua grande occasione. Ormai si faceva chiamare Lollo e parlava con un falsissimo accento francese che però alterava la sua voce. Era sicuro che Cetriolina non avrebbe riconosciuto nell’elegante parrucchiere il giovane che trovava tanto antipatico. Fece accomodare la cliente nella migliore poltrona e cominciò a servirla personalmente. Le accarezzò i capelli facendole i complimenti per la morbidezza ed il colore. Erano già belli ma con uno shampoo fatto con il suo prodotto speciale sarebbero diventati irresistibili. Cetriolina, che aveva deciso di affrontare una volta per tutte il suo bel pompiere, voleva essere al massimo del suo splendore e fu ben lieta di farsi convincere. Bartolo, anzi Lollo intanto organizzò tutto, fece uscire le aiutanti a cui ordinò di portarsi fuori le clienti con la scusa di provare un effetto di acconciature con immersione nell’ambiente naturale. Era ormai famoso per i suoi esperimenti e le clienti accettarono con entusiasmo. In realtà voleva rimanere solo con Cetriolina così quando le avrebbe messo al pozione miracolosa sulla testa l’unica persona che avrebbe potuto vedere per prima sarebbe stata la sola presente nel salone, cioè lui. Che genio che era. Fremeva tutto contento, e dopo aver inumidito i capelli della ragazza che con gli occhi chiusi si abbandonava alle sue cure, prese la pozione e cominciò a versarsela in una mano. Quanto ne sarebbe occorsa? Voleva essere sicuro. Aveva detto poche gocce, ma basteranno? Ancora un po’, ancora. Voglio essere sicuro, ancora. Alla fine mise più di metà boccetta sulla testa della ragazza e cominciò a fregare i capelli massaggiando il cuoio capelluto. Anche lui chiuse gli occhi per assaporare quei momenti, gustandoli attimo per attimo, già si vedeva abbracciato a lei mentre si guardano occhi negli occhi, le labbra che si avvicinano, sempre di più, piano, piano fino a che si toccano e lui finalmente poteva sentire sulle labbra il sapore di schiuma… schiuma? Come schiuma? Bartolo spalancò gli occhi e si accorse che tutto il suo locale era invaso dalla schiuma che ormai arriva fino ai suoi capelli. Anche Cetriolina gridò di spavento vedendosi sommersa da quella montagna di soffice bianchezza.
“Aiuto! Aiuto!”
Fuori le aiutanti di Lollo e le clienti si accorsero di quello che stava succedendo. Fortuna che i pompieri stavano lì vicino e arrivarono in un attimo. Ignazio davanti a tutti, qualcuno gli ha detto che Cetriolina è in pericolo. Sfondò la porta e, senza indugio, si tuffò nella schiuma. Lasciandosi guidare dalla voce della ragazza, la raggiunse e la portò fuori in braccio in mezzo al prato.
“Via lasciateli soli che lei ha bisogno di aria”
Aria, giusto. Ignazio, pompiere provetto, aveva seguito anche il corso di pronto soccorso con tanto di esame superato con il massimo dei voti. Respirazione bocca a bocca, allora. Cetriolina aprì gli occhi in quel momento e la prima persona che vide fu proprio Ignazio mentre si chinava per farle una respirazione da manuale. Che magnifica opportunità. Lei la trasformò in un bacio appassionato. Ignazio, per un attimo sorpreso ricambiò con ardore.
Applausi liberatori di tutti che non vedevano l’ora che questi due si decidessero. Bartolo-Lollo intanto era uscito dal suo locale, pieno di schiuma e con le lacrime agli occhi. Zia Camillamolla lo prese sotto braccio e lo consolò:
“Su, nipotino che hai da fare quella faccia? E’ andato tutto bene no?”
“Come sarebbe? Cetriolina sta lì nelle braccia di Ignazio e io rimango senza niente”
“Senza niente? Non direi proprio. Per correre dietro a quella ragazzina hai messo in piedi un bel negozio di parrucchiere ben avviato ormai e tu sei un artista dell’acconciatura molto ricercato. Niente male per uno che prima era uno sfaccendato che credeva di essere il principe degli gnomi ubriachi. E poi…”
“E poi?” chiese Bartolo che aveva ripreso a sorridere
“Hai sempre da parte la tua pozione. Aspetta che arrivi una bella ragazza nel tuo negozio e stavolta … attento al dosaggio!”
(fine)

martedì 22 settembre 2009

LA BELLA CETRIOLINA( parte 1 di 2)

La bella Cetriolina, dolce e paffuta, amava andare a pescare allo stagno delle Rane Paciose. Appena aveva un po’ di tempo libero, canna da pesca, cappello di paglia, cestino della merenda, e via di corsa sulla riva. In realtà lei non pescava affatto, si limitava a buttare in acqua la lenza a cui, invece dell’amo e dell’esca, attaccava un cartellino con su scritto “ciao!”, che ai pesci Cetriolina voleva bene. Si stendeva sull’erba, mangiando lentamente mentre leggeva romanzi d’amore o guardava passare le nuvole. Se qualcuno veniva a salutarla con l’intenzione di mettersi a chiacchierare, lei gli faceva:
“Shhht! - mettendo il dito davanti la bocca e poi aggiungendo sottovoce - Zitto! Mi spaventi i pesci”.
E quello era costretto a rinunciare. Il sistema funzionava e Cetriolina si godeva il suo relax. Almeno sino a quando Bortolo, il principe degli gnomi beoni o almeno lui si definiva così, si invaghì di lei e cominciò a corteggiarla. Quello non lo sopportava proprio, non riusciva a stare zitto. E poi lei era innamorata di Ignazio il pompiere, di cui amava gli occhi grandi e buoni, i modi educati, e soprattutto la sua timidezza, infatti Ignazio non parlava mai o quasi. Lui sì, che sarebbe stato perfetto per lei, chissà che belle giornate in riva allo stagno avrebbe potuto passare insieme, lei, lui e i pesci. Solo che la sua timidezza gli impediva di manifestare il suo amore. Lei era sicura che lui l’amasse ma non osava prendere l’iniziativa per paura di spaventarlo.
Bortolo, sfrontato e sfaccendato, era invece uno che non si tirava indietro ed era anche molto insistente, tanto che Cetriolina, per non vederlo, fu costretta a sospendere le sue gite allo stagno. Bortolo però non intendeva rinunciare, perché diceva in giro da sempre che nessuna aveva saputo dirgli di no e continuò a cercarla per parlare con lei. Nulla da fare, la ragazza era tanto ostinata a rifiutarsi anche solo di scambiare un saluto che il povero Bortolo diventò triste. E non è una bella cosa da vedere, un presunto principe degli gnomi ubriachi in piena crisi depressiva. Dietro consiglio della zia Camillamolla, andò a consultare un mago che, a sentire la zia, sicuramente avrebbe potuto aiutarlo. Si presentò cosi nello studio del grande Zuppaduva, famoso mago e incantatore, creatore di filtri magici e stornelli da serenata. Il ragazzotto spiegò il suo problema: questa bella ragazza non lo filava per nulla, forse a causa della sua bassa statura, forse del viso non proprio perfetto, forse per il fisico non proprio atletico, e qui fece una pausa sperando che il mago lo interrompesse ma quello sembrava seguisse la sua esposizione annuendo e basta. Poi il grande Zuppaduva iniziò una filippica interminabile, almeno così sembrò a Bortolo sulla amore tra due ragazzi giovani e belli, tra una ragazza giovane e bella e un ragazzo neanche troppo giovane che al massimo, con un eufemismo spericolato, si può definire un tipo, tra una ragazza giovane, bella e simpatica e un ragazzo che è meglio pestare una caccola di muflone che incontrarlo, tra una ragazza giovane, bella, simpatica, ed educata e un giovane che pensa che infilarsi un dito nel naso sia un modo divertente per dimostrare la propria disinvoltura, insomma non la finiva più. Si era infatti addormentato quando Zuppaduva lo svegliò scuotendogli il braccio per riprendere dal punto dove era arrivato, poi però il mago, rifletté meglio e rinunciò perché si era ricordato del frastuono che faceva quel tipo russando e quindi passò subito alle due possibili soluzioni: la prima intervenire sull’aspetto estetico del soggetto interessato e sulla personalità attraverso lunghe sedute in palestra e lezioni di stile ed eleganza, la seconda preparare una pozione che scateni l’amore tra i due soggetti. Bortolo ci rifletté a lungo, più o meno un nano secondo e decise che la seconda era senz’altro la migliore. Il mago borbottò tra se facendo il preventivo che poi presentò al cliente il quale deglutii, sbarrò gli occhi ma rimase deciso: si realizzi la magica pozione. Il mago studiò il caso, analizzò, verifico gli ingredienti e alla fine uscì dal laboratorio con una boccetta e le istruzioni d’uso: la potentissima pozione doveva essere messa sulla testa del soggetto, il quale, non appena avrebbe sentito gli effetti si sarebbe innamorato della prima persona che avrebbe visto.
“Sulla testa?” fece Bortolo ”Ma in nessuna fiaba si è mai sentito!”
“E in questa si!” chiuse il mago mettendola alla porta.
(continua ...)

giovedì 17 settembre 2009

QUESTIONE DI LINGUAGGIO (parte 2 di 2)

Due mesi dopo Walter è un uomo felice, anzi è più che un uomo, un uomo-computer. Si sente sicuro di se e dei suoi mezzi, tutto l’approccio alla realtà è cambiato e qualunque problema lo affronta con un programma adatto. Niente più imbarazzi per lui. Ogni questione è analizzata a fondo e la decisione viene presa in tempi rapidissimi. All’inizio ci sono stati piccoli problemi per qualche programma che si impallava impedendogli anche di svolgere alcune normali funzioni fisiologiche in modo corretto, ma poi tutto è andato per il meglio. Quelli dell’Agenzia sono soddisfatti e lo hanno portato in giro in riunioni aperte soltanto ad un pubblico estremamente selezionato a cui presentare il prodotto. Sembra che abbiano avuto molte prenotazioni. Qualche fastidio è rimasto. L’aggiornamento del software avviene attraverso delle pillole di bio-hardware piuttosto consistenti che il “maresciallo” gli consegna ogni volta promettendo che stanno studiando come ridurre le dimensioni, solo che mentre lo dice non riesce a smettere di ridere.
Il bio-hardware per funzionare usa l’elettricità del corpo quindi non deve sovraccaricarsi mentre lo usa e a volte si sente veramente scarico. Il “maresciallo” gli ha confidato che avevano pensato di inserire uno spinotto nel retto opportunamente adattato per inviargli un po’ di energia direttamente alla base della colonna vertebrale ma poi hanno rinunciato non sa bene perché. Walter, comunque, ne era contento e preferiva tenersi la spossatezza. Anche nella vita privata è un successo. Quando incontra Lorena riesce a comportarsi con la stessa sicurezza e padronanza che aveva nelle chat e ormai si frequentano assiduamente. Lui le ha mostrato la sua velocità di scaricamento di file musicali e cinematografici da internet e lei ne è rimasta incantata. Mentre fanno l’amore Lorena può scegliere di ascoltare una serie di brani usando i suoi capezzoli come i comandi di un iPod. Walter è davvero un uomo felice.
Salto temporale di sei mesi. I viaggi per le performance con il “maresciallo” sono diradati di molto, anzi da un mese non viene più contattato. Quando qualche programma si impalla e cerca di contattare l’agenzia lo fanno attendere in linea sempre più tempo. Oggi due ore e poi la linea è caduta definitivamente. Walter è esasperato ormai e si reca direttamente nella sede del primo incontro. Nel club c’è la porta aperta, stanno facendo le pulizie. Entra deciso e si dirige nel retro dove tenta di azionare la porta scorrevole ma inutilmente. In preda ad una crisi di nervi comicia ad urlare, a battere i pugni ed a prendere a calci la porta. Improvvisamente i pannelli scorrevoli si aprono mostrando due individui vestiti con un completo scuro, occhiali da sole e auricolare. Uno dei due porta scarpe da donna. Walter capisce al volo e si precipita fuori di corsa.
Proprio sull’ingresso va a sbattere contro qualcuno che stava entrando. Finiscono a terra, l’altro impreca: è Gargiulo, il dattilografo del primo incontro.
“Gargiulo, sono io mi riconosce?”
“Sì che ti riconosco: sei uno stronzo. Ma è questa la maniera dico io?”
“No, Gargiulo. Sono io, il signor Walter, quello dell’esperimento, si ricorda?”
Quello si massaggia un po’ la testa stringendo gli occhi e poi:
“Ma si, sei quello che chiamavamo in codice commodore 64, come no? Mi ricordo adesso. Come va, come va? Bene, bene ?”
“Gargiu’ adesso pure lei con bene, bene? No, non va affatto bene. E’ una disastro, una tragedia. Ho cercato di aggiornare i programmi che mi avete installato ma ormai sono così pesanti che il bio-hardware non c’è la fa più a farli girare ad una velocità decente. Se apro un programma di grafica, mi devo sedere sul divano altrimenti rischio di cadere svenuto. Giusto il programma di scrittura continua funzionare ma anche per quello sono in arrivo nuovi aggiornamenti e ho paura di scaricarli. E se mi impallo definitivamente? Sono disperato. Non so più che fare.”
“Scusate ma voi avete chiamato l’assistenza qui dell’Agenzia?”
“Continuamente ma non mi danno più retta. All’inizio si, tutto andava bene. Ogni piccola questione veniva subito risolta. Ma da qualche settimana sono cambiate le voci del call center, e questi non mi dicono nulla, prendono tempo e adesso addirittura fanno cadere la linea e non mi rispondono proprio più.”
“Cambiate le voci, dite? Allora ho capito. Scusate ma dovete sapere che a noi, a me e al “maresciallo” ci hanno spostato in un altro reparto perché volevano rivedere il progetto. E si vede che hanno già cominciato.”
“Come rivedere il progetto? Ma non eravamo all’avanguardia, il bio-hardware, le nuove frontiere eccetera eccetera?”
“Si, certo, sempre il bio-hardware, sempre quella è la direzione, ma, se mi ricordo bene, lei è impostato con una architettura di tipo binario, 01010101, giusto? Lei ha la CPU che lavora in modo sequenziale, giusto? Il suo hard disk interno contiene 1.000 gigabyte, giusto?”
- “Giusto Gargiulo, tutto giusto e quindi?”
- “Ma lo sa che questi scienziati ne inventano una al giorno? Il progetto bio-hardware adesso è stato reimpostato diversamente. Il linguaggio non è più quello binario, ma è basato sul DNA e sulla sue sequenze dei nucleotidi A, T, C e G. Al corso di aggiornamento che hanno fatto qui in Agenzia ci hanno spiegato che, con alcuni enzimi, si può fare copia e incolla delle sequenze elaborare simultaneamente su più sequenze. Dicono gli esperti, che un centimetro quadrato di DNA può contenere quasi sei milioni di Terabyte di informazione. Una meraviglia! Incredibile, no?”
“Una meraviglia? Ma non capisco. Che vuol dire ?”
“Che la tecnica sta facendo passi da gigante in pochissimo tempo e quindi, amico mio, quello che è stato installato in lei è come dire? … una tecnologia obsoleta, ormai. “
“E io?”
“E lei, ovviamente, è un modello superato!”
“Come superato? Mi buttano via come una macchina rotta?”
“E’ la scienza, amico mio. Adesso ci sono strumenti di nuova generazione. La nostra Agenzia ha deciso di puntare tutto su questo nuovo percorso.”
“Ma … ma come? E io ora che farò?”
“Su, su non si preoccupi.”
“Non si preoccupi? Ma lei mi sta dicendo che ormai non servo più a nulla. Che ne sarà di me?”
“Tranquillo. Qualcosa si trova sempre, anzi se vuole le posso presentare un mio cugino che si occupa recupero di parti e…”
“Ma … ma lei sta parlando di smontarmi per prendere i vari pezzi, praticamente di cannibalizzazione?!”
“Ehhhh, cannibalizzazione, che brutta espressione. Io preferisco dire che esiste un mercato di appassionati di modernariato e che amano recuperare il recuperabile. E’ tutta una questione di linguaggio. Lei, amico mio, è drastico, troppo drastico. Vede solo bianco o nero. Dia retta a me, per godersi davvero la vita bisogna imparare ad apprezzare le sfumature.“

domenica 13 settembre 2009

QUESTIONE DI LINGUAGGIO (parte1 di 2)

“01001010010100010 … una serie infinita di linguaggio binario. Lo schermo visualizza niente altro che scelte non rinviabili. O 0 o 1, o sì o no, tertium non datur come diceva il prof di latino. Il computer non ragiona, decide. Le sfumature sono solo l’illusione suggerita da migliaia di sì e migliaia di no che compaiono sullo schermo ad ogni colpo di mouse. Un universo inequivocabile.” Così pensa Walter mentre porta il cursore su start, tasto destro del mouse spegni il pc … Attendere gli aggiornamenti da installare ... fine.
Sposta la sedia e si alza. Domenica mattina. Uscire, uscire. C’è il mercatino in piazza. Come vestirsi? Pantalone lungo tipo combat? Fa troppo caldo ma ha le tasche laterali. O magari quello corto senza tasche e zainetto a tracolla. Scarpe o sandali? Cappello? Sì, anche se adora uscire con i capelli bagnati e farli asciugare al sole. Tre cambi di calzatura fino a che, più che altro per stanchezza, rimane in sandali. T-shirt o polo con il collo alzato? Quella blu navy, anzi bianca, anzi no blu e pantaloni con le tasche. Ma anche zainetto. E capelli bagnati. Esce, chiude la porta. Riapre, posa lo zainetto e prende il cappello. Chiude. Riapre. Ha scordato il cellulare.
Sole che picchia fuori, bello. Caffè, caffè. Il bar vicino casa? oppure quello in piazza con i cornetti buonissimi? Oppure quello della cameriera …? Sms di Saverio. Lo aspetta al bar centrale. Problema risolto. Bar centrale c’è Lorena. Adora Lorena. Bel sorriso invitante e belle gambe. Simpatia reciproca e battute inevitabilmente sbagliate. “Questo proprio non lo devo dire”. Giusto il tempo di formulare il pensiero e subito la lingua parte in quarta. Frustrante. Troppo poco tempo tra pensiero e azione? Mah.
In chat Walter si trova perfetto. Brillante, autoironico senza strafare, tempi giusti per piccoli affondi vagamente erotico-allusivi. A volte con più di una contemporaneamente riesce a reggere il gioco del contrappunto leggero, brioso, divertente. Con la tastiera davanti si sente sicuro nel gestire i rapporti. È il suo piano di appoggio, la solida base da cui partire per fantastici voli pindarici o, in caso di emergenza , la zattera di salvataggio sempre pronta. Senza tastiera, e video naturalmente, è il naufragio e lui lo sa.
E quindi quando su una chat per iniziati viene a conoscenza di questa misteriosa Agenzia che cerca volontari disposti a sottoporsi a interventi con tecniche sperimentali fino ad allora segrete, si mette subito alla ricerca di informazioni: da quello che ha capito l’esperimento consentirebbe una fusione uomo-computer. Walter è deciso. Venuto a conoscenza della procedura per mettersi in contatto, invia subito la mail di accettazione e si presenta in un club privè nei pressi del quartiere vecchio della capitale, nel cui retro si nasconde la sede dell’Agenzia. Parola d’ordine, classiche porte scorrevoli a scomparsa da film di spionaggio, reception spartana con impiegata annoiata tipo Centro prenotazioni visite della ASL. Moduli da firmare e accesso in una stanza asettica con tavolo e tre sedie dove attendere. Dieci minuti di attesa, poi entrano due individui con il fisico più da impiegati del catasto che da agenti segreti con un portatile e fogli vari. Il primo si siede e comincia a chiedere a Walter conferma sui suoi dati anagrafici. Il secondo scrive sul portatile. Pausa e momento di concertazione tra i due poi quello che sembra il capo dei due lo fissa negli occhi, sorride e:
“Allora, caro signor Walter, è proprio convinto? Bene, bene. Lei ha sicuramente già chiaro il tutto ma, prima della conferma ufficiale dell’atto con cui lei decide di sottoporsi volontariamente al nostro esperimento, ribadiamo velocemente il concetto. Il nostro esperimento consiste nell’installare nel corpo del soggetto, in questo caso lei signor Walter, questa nuova tecnologia di bio-hardware che interagirà direttamente con il soggetto stesso. Praticamente il soggetto, e quindi lei, sarà trasformato in una specie computer umano. Attraverso una seria di piccole operazioni - stia tranquillo, tutte in day hospital, niente di complicato, ha capito? Bene, bene - inseriremo il meglio della tecnologia debitamente preparata in modo che il suo corpo, non solo non la rigetti, ma sarà indotto, tramite appositi stimoli, a sviluppare collegamenti nervosi così che il soggetto, cioè lei, potrà interagire con il suo bio-hardware dando direttamente ordini dal cervello. Capito? Bene, bene. Niente più tastiera, niente mouse, touch-screen e roba varia. Tutto superato. Tutta roba arcaica. Il cervello del soggetto, cioè il suo cervello, interagisce ormai direttamente con il cervello artificiale mentre il soggetto stesso, cioè lei signor Walter, potrà fare quello che vuole, passeggiare, guardare la tv, bere qualcosa al bar. Quello che vuole. Capito? Bene, bene. Avrà la connessione internet 24 ore su 24 del tipo flat e porte USB installate sotto le unghie dei pollici opportunamente adattate e un telefonino ultima generazione in omaggio. Una nuova frontiera, eccetera eccetera e tutte quelle belle cose che si dicono in queste circostanze. Capito? Bene, bene.”
Il sorriso con cui Walter aveva seguito tutta la spiegazione si rabbuia all’improvviso:
“Ma non è che, installandomi tutta quella tecnologia, in realtà voi volete trasformarmi in una specie di burattino comandato a distanza?”
I due uomini di fronte a lui si guardano per un momento negli occhi e poi esplodono in una risata.
“Ma lei è proprio uno spasso! Non ha capito chi siamo noi,vero? Bene, bene. Potremo costringerla con la forza ormai che è qui ma dirle la verità è più divertente e ci fa perdere meno tempo. Quello che all’Agenzia interessa è testare che questa tecnologia funzioni per poi metterla in commercio. Lei saprà che ormai per gli enti pubblici va di moda l’autonomia? Ormai vale anche per quelli pubblici ma poco pubblicizzati, scusi il gioco di parole, come l’Agenzia dove ora si trova. Anche noi dobbiamo saper gestire e investire. E quindi per trovare fondi l’Agenzia ha deciso di commercializzare un po’ di tecnologia sviluppata negli anni. Ma ha una minima idea di quanto varrebbe un affare del genere? Non le dico la cifra che tanto non la capirebbe. E comunque per tranquillizzarla le rendo noto quelli che dice lei li abbiamo già. Mai visto quei signori vestiti di nero con occhiali scuri e auricolare? La maggior parte di quelli sono stati realizzati così. L’auricolare è in realtà l’antenna con cui li controlliamo. Anzi ogni tanto per divertirci dalla centrale di controllo quando nessuno li vede ci divertiamo a farli prendere a schiaffi da soli o a farli vestire da donna. Sa com’è, a lungo andare ci si annoia.”
“Maresciallo, ma lo sapete una cosa buffa? – interviene il dattilografo da portatile – l’altra sera stavo seguendo proprio quello che dite voi, quello che si mette i vestiti della moglie. Ho pensato che avevamo lasciato il remote control acceso e invece era spento. A quello ci piace, marescia’ ci piace proprio.”
“Vabbuo’ Gargiulo, ma ora torniamo a noi e al nostro soggetto. Quindi, caro signor Walter, stasera dormirete qui che domani cominciamo a prepararvi per le operazioni che subirete. Tempo una settimana e la vostra vita cambierà. Capito? Bene, bene.”
(continua)

mercoledì 26 agosto 2009

UN RICORDO SOPITO (remixed)


Spengo la luce, sto per alzarmi dal tavolo di lavoro e tornare a casa, quando un ricordo mi affiora alla mente improvviso, netto, senza nessun motivo apparente. Le immagini si stagliano nitide nella mia memoria, quasi si impongono. Rimango seduto e rivivo la scena, come fosse un film, fotogramma per fotogramma. Del resto fare film è da sempre il mio lavoro.
E’ stato venti anni fa, esattamente venti anni fa. Rivedo la segretaria di allora che mi annuncia questa persona che voleva propormi una idea. Già allora il mio ruolo era quello di valutare le proposte per le nuove produzioni e concessi qualche minuto. Quello strano tipo, piuttosto anonimo e vagamente sovraeccitato, voleva parlarmi di quella che, secondo lui, sarebbe stata un’idea eccezionale per un film, un colossal tipo catastrofico-fantascientifico.
Piuttosto scettico, gli chiesi di esporre brevemente il plot che ero atteso per una riunione e quello, con uno sguardo allucinato, cominciò con la descrizione della prima scena: alba su New York, panoramica sullo skyline della città in controluce sul cielo rosato e in sottofondo una musica serena e rassicurante.
“Magari la Rapsodia in blue di Gershwin, come la scena iniziale dell’ultimo film di Woody Allen”
ironizzai cercando di smontare quell’aria mistica che aveva assunto infastidendomi non poco.
Quello senza scomporsi, rapito dalla sua visione, e continuò a descrivere come, improvvisamente, un jumbo sarebbe entrato nell’inquadratura con un rombo spaventoso andandosi a schiantare contro la torre nord del WTC. Una enorme esplosione infuocata poi, pochi secondi, e un altro jumbo avrebbe centrato l’altra torre. Altra enorme palla di fuoco. Urla, fiamme, folla impazzita per strada, traffico nel caos. Mentre i due edifici crollavano rovinosamente delle voci fuoricampo, tipo edizioni speciale del telegiornale, avrebbero annunciato di altri aerei contro il Pentagono e magari contro la Casa Bianca.
Gli chiesi se, nella sua visione, la Pan American avesse dichiarato guerra agli USA ma lui di nuovo non raccolse continuando a descrivere la sua visione apocalittica, insistendo in modo maniacale sui dettagli del crollo delle due torri.
Allora, brusco, gli feci notare che la sua idea era totalmente inverosimile.
“Ma caro amico, lo sanno tutti sanno che, a causa degli incidenti verificatesi in passato, le torri sono state progettate per resistere agli impatti aerei, altrimenti nessuna assicurazione li coprirebbe, e poi, mi scusi, ma chiunque, anche uno sprovveduto è a conoscenza del fatto che gli Usa hanno la flotta aerea migliore del mondo a proteggere il proprio territorio. Non consentirebbero una cosa del genere”.
Ma quello continuò a esporre quello che solo la sua mente, che a questo punto mi sentivo di definire malata, vedeva farneticando di terroristi arabi in versione suicida, neanche fossero dei kamikaze giapponesi, di un presidente Usa che da mezza figura diventa il capo indiscusso di una nuova crociata, di demolizioni controllata di edifici, di complotti e cospirazioni, di dichiarazioni di guerra ad un paese straniero accusato di possedere fantomatiche armi di distruzione di massa.
E di scene di bombardamenti notturni con l’oscurità segnata da riflettori e proiettili traccianti e di battaglie nel deserto con i pozzi di petrolio in fiamme sullo sfondo.
Bloccai il suo delirio e, calmo ma risoluto, gli dissi che lui era totalmente pazzo e che io non avrei più ascoltato quelle farneticanti follie, totalmente infondate e assolutamente non plausibili.
Mi aspettavo una reazione violenta. Mi aspettavo urla e strepiti e, mano sul telefono interno, ero pronto a chiamare gli addetti alla sicurezza.
Quello invece tacque e mi sorrise. Restò così tranquillo qualche minuto poi mormorò: “Tra venti anni” quindi si alzò pacato, aprì la porta, chiuse e andò via. Mai più rivisto.
Un ricordo completamente sopito che mi sale alla memoria in maniera così prepotente e lucida. Proprio ora. Chissà perché.
Sarà che sono passati esattamente venti anni.
Sarà che adesso il mio ufficio è al piano 87° della torre nord del WTC, ma sento una sensazione di angoscia serpeggiarmi dentro e mi manca l’aria.
Tremo.
E’ la stanchezza, decido.
Meglio che vada a riposare prima che sia io ad impazzire sul serio.
Domani è già 11, ho tanto lavoro da fare.

lunedì 27 luglio 2009

IMPROVVISI ROVESCI


Viene giù troppo forte. Costretti dalla pioggia violenta all’intimità umida dell’androne di un palazzo per uffici, in attesa di poter uscire. La donna con il vestito chiaro fissa la strada con lo sguardo perso nei pensieri e un leggero sorriso sulle labbra. Occhi scuri grandi, capelli lunghi, le si indovina un corpo formoso sotto i vestiti leggeri inumiditi dalla pioggia. Gli uomini le girano intorno, spesso a contatto, piacevolmente costretti dalle circostanze e dalle dimensioni del luogo.
“E’una giovane madre – pensa l’uomo con gli occhiali - passandole vicino ho sentito l’odore di talco, come quello che usava mia moglie con nostro figlio. Sicuramente sta pensando al suo bambino che avrà lasciato alla nonna e non vede l’ora di tornare a casa a riprenderselo.”
“Lo conosco quel sorriso – pensa l’uomo con l’impermeabile nero – un sorriso da santa. Un sorriso che dice casa e famiglia. Ma se poi vai a scavare, chissà cosa scopri. Ne ho conosciute come te, che ti credi. Conosco il tipo. Sono sicuro. Sei la segretaria di un professionista e, sicuramente, anche l’amante.”
“Lo stesso profumo – pensa l’uomo con l’ombrello – e anche la stoffa del vestito che sento a contatto con la pelle della mia mano è così simile. Un po’ le somiglia. Anzi più la guardo e più mi sembra simile a lei. Quanto tempo è passato?”
L’uomo con gli occhiali sposta il peso del corpo da una gamba all’altra sfiorando la donna.
“Mi piace sentirlo così vicino, questo odore di talco. Mi ricordo che poi le rimaneva addosso quando il bambino si addormentava e io potevo riavvicinarmi a lei. I nostri corpi vicini. Così vicini come adesso sono vicino a questa donna. E poi lei si concedeva come ormai non fa più da tanto. Da quanto? Non ricordo neanche più. Grazie a questa pioggia che ci costringe qui dentro. Però, forse, non dovrei sfiorarla così ma proprio non resisto.”
L’uomo con l’impermeabile si sporge per controllare la strada urtando leggermente la donna e subito scusandosi con voce sommessa ma decisa .
“Adesso ti sono vicino, così vicino che sento l’odore della tua pelle. Ho accarezzato per un momento i tuoi fianchi e tu hai avuto un brivido. Vedo anche un luccichio nei tuoi occhi. Lo sapevo, sei una donna calda, appassionata. Riesco a immaginarti a letto quando ti scateni e diventi una tigre del sesso, sbrani gli uomini con le tue voglie, instancabile. Le conosco le femmine come te.”
L’uomo con l’ombrello ha il volto rivolto verso l’esterno ma con gli occhi cerca la donna.
“Perché mi ha lasciato? Perché te ne sei andata? Non capivo quello che dicevi quando mi hai abbandonato. Oddio. La odio e la amo ancora. Mi sento vibrare dentro. Lo senti anche tu, anche tu che sei così simile a lei? Anche tu mi faresti soffrire come ha fatto lei? O donna sconosciuta, sento che potrei amarti e odiarti, come odio e amo lei”
La pioggia sembra calare di intensità. E’ solo un attimo ma la donna, decisa, apre l’ombrello ed esce incurante degli schizzi d’acqua che la bagnano. La tempesta si scatena di nuovo con la stessa intensità.
I tre uomini si ritrovano tutti e tre a fissarla, sorridendo l’uomo con l’impermeabile, scuotendo lievemente il capo l’uomo con l’ombrello, fissando intensamente l’uomo con gli occhiali. Per un istante si guardano tra loro come se si accorgessero solo allora di aver condiviso un momento di intimità con quella sconosciuta. Nessuno dice nulla rinchiudendosi di nuovo nei propri pensieri. Solo una volta giunti a casa si accorgeranno di non avere più il portafogli.

lunedì 22 giugno 2009

La principessa con il singhiozzo


Hic hic hic furono queste le prime parole appena nata e da allora la principessina, bellissima come tutte le principessine delle favole, non riusciva a farselo passare. Era una normalissima principessina delle favola, sedeva a tavola insieme al re e alla regina, andava a correre nel parco del castello (bello davvero, un castello da favola), giocava a moscacieca, a muffarialzo, a pallavvelenata, a mazzapicchio, e rideva felice e contenta come una principessa. Solo il singhiozzo non le passava mai ma ormai ci aveva fatto l’abitudine. E anche il re e la regina non ne erano troppo disturbati, era la loro unica figlia e nessuno avrebbe osato prenderla in giro, a quel tempo ci si metteva poco a far tagliare la testa a qualcuno troppo irrispettoso.
Ma gli anni passano anche per le principessine e anche lei diventò una principessa a tutti gli effetti, ossia un bel personale, una bella dote e quindi la necessità di un bel principe come marito. Ma qui cominciano i guai perché i primi pretendenti sentendola parlare in modo così saltellante a causa del perenne singhiozzo inventavano una scusa per tornarsene a casa e non si facevano più vedere.
Il re e la regina si resero conto che occorreva fare qualcosa e chiamarono il più importante cerusico del loro regno. Si presentò un ometto basso, capelli lunghi e bianchi, così come la barba, e grossi occhiali sul naso. Visitò la principessa, le auscultò la schiena, le fece tirare fuori la lingua, guardo con una grossa lente dentro gli occhi e dentro le orecchie ed infine sentenziò: il grave disturbo poteva essere curato con una dieta di due giorni a base di cipolle, da ripetere ogni due settimane.
La principessa, il re e la regina pensarono che due giorni non sono poi molti e quindi la poverina si chiuse in camera per due giorni, per non avere tentazioni, e mangiò la quantità prescritta di cipolle. Quando uscì dalla stanza corse dai genitori gridando di gioia “sono guarita, sono guarita”. Il re e la regina le andarono incontro a braccia aperte ma quando furono a portata di fiato fecero una faccia disgustata e si tapparono il naso senza abbracciare la poverina.
La cura per disintossicare funzionò ma tornò anche il singhiozzo e pure più forte di prima
Il re e la regina chiamarono allora il più importante cerusico del regno confinante a ponente. Si presentò un uomo alto alto e magro magro, capelli a scodella rossi rossi, come la barba, e grossi occhiali sul naso. Visitò la principessa, le scruto le orecchie, le fece fare dei piegamenti sulle ginocchia, guardò con una grossa lente dentro gli occhi e dentro il naso ed infine sentenziò: il grave disturbo poteva essere curato con una dieta di una settimana a base di fagioli, esclusivamente fagioli.
La principessa, il re e la regina pensarono che una settimana passa presto e quindi la poverina si chiuse in camera per non avere tentazioni, e mangiò la quantità prescritta di fagioli. E di nuovo, quando uscì dalla stanza corse dai genitori gridando di gioia “sono guarita, sono guarita”. Anche stavolta il re e la regina le andarono incontro a braccia aperte ma quando abbracciarono la figlia questa cominciò a fare una serie infinita di puzzette e allora fecero una faccia disgustata, si tapparono il naso e corsero via seguiti dal maggiordomo e dal gran ciambellano.
Per un po’ desistettero scoraggiati ma infine decisero di provare il più importante cerusico del regno confinante a levante. Si presentò un uomo grasso grasso, capelli a rasati, come la barba, e grossi occhiali sul naso. Visitò la principessa, le scruto le mani, le fece tossire, guardò anche lui con una grossa lente dentro gli occhi, dentro le orecchie e dentro il naso ed infine sentenziò:il grave disturbo poteva essere curato con una dieta di un mese a base di fragole, esclusivamente fragole.
La principessa, il re e la regina pensarono che una mese non passa poi così presto ma in fondo le fragole sono buone e neanche causano effetti disgustosi per l’odorato e quindi la poverina si chiuse in camera per concentrarsi meglio, e mangiò solo fragole per il periodo prescritto. Quando, dopo un mese, la principessa uscì dalla stanza corse dai genitori gridando di gioia “sono guarita, sono guarita”, il re e la regina le andarono incontro a braccia aperte un po’ circospetti ma si bloccarono guardandola in faccia: aveva il viso coperto di macchioline rosse, e anche le mani, tutto il corpo. La principessa si guardò allo specchio e per la delusione ricominciò a singhiozzare.
Per fortuna almeno l’effetto delle fragole passò dopo poco tempo, ma il problema non era stato risolto, e ancora qualche giorno e sarebbe giunto un pretendente da un paese lontano e ricchissimo. Questo principe del sud si era innamorato della principessa vedendola in ritratto, e sebbene non conoscesse nulla di lei né del suo paese era deciso a sposarla.
Tutti erano preoccupati ma il gran ciambellano ebbe una grande idea: organizzare per l’incontro tra la principesse e il suo pretendente un ballo a corte durante il quale tutti, ma proprio tutti dovranno fingere di parlare in hicchese, ossia parlare singhiozzando come se quella fosse la lingua del posto. E allora tutti, ma proprio tutti si impegnarono ad organizzare la cosa, anche perché non ne potavano più di quella storia, e facevano le prove tutti i giorni per imparare a parlare bene con il singhiozzo, addirittura il musico di corte inventò per l’occasione il ballo del singhiozzo.
Tutto andò alla perfezione: il principe straniero rimase stupito dal modo di parlare di quella strana gente, ma dopo un po’ si abituò e non ci fece più caso. La principessa era più bella che nei ritratti che aveva visto e lui era sempre più innamorato. Il re e la regina gli parlarono, in perfetto hicchese, della loro figlia così bella anche se così delicata per il clima del loro paese. Il principe straniero si offrì subito di sposarla e portarla a vivere nel suo paese. Il re e la regina decisero di non perdere un minuto e l’indomani mattina si celebrò il matrimonio, subito dopo i due sposi salutarono tutti e partirono per il sud.
Dopo qualche tempo arrivò una lettera della principessa ai genitori in cui annunciava che ormai non singhiozzava quasi più e il marito, al quale aveva raccontato che stava perdendo il suo accento originario, ne era davvero contento.
E aggiungeva che erano così felici che avevano deciso di avere due bambini, o forse tre.