Lo stesso Bruno Basta, padre dell’Astrattismo epico o meglio ancora organico, come lui stesso lo ha definito, ci ha parlato del legame astrale che pare abbia con quello che possiamo definire il suo alter-ego, Stelak, artista o gruppo di artisti – non è facilissimo capire i borbottii del maestro dopo il decimo bicchierino di grappa - paleolitici nel periodo di passaggio tra matriarcato e patriarcato. Tra i fumi dell’alcol BB è solito dipingere e nello stesso tempo, tra un’invocazione ad Aua, Wigga e Mestwina e un borborigmo digestivo, evocare la storia di Stelak, la cui vocazione artistica passa attraverso la sperimentazione musicale, frustrata a suon di clavate, alla sperimentazione nelle arti visive. La totale mancanza di qualunque talento nel disegno non impedì a Stelak di sperimentarsi nei graffiti, ovviando all’inizio con una sorte di proto-stencil, nella cui fase arcaica, animali di piccola taglia venivano sbattuti contro la parete rocciosa. Da quello che BB ha desunto attraverso il suo legame ancestrale, tale tecnica fu abbandonata per un eccesso di cromatismo rosso. Nella fase successiva si rese necessario un connubio artistico con un altro artista che teneva fermo il soggetto mentre l’altro ne seguiva i contorni con un bastoncino annerito. Anche questa tecnica fu abbandonata quando i committenti cominciarono a chiedere ritratti di serpenti a sonagli e cinghiali.
Nonostante gli insuccessi iniziali l’artista paleolitico, alter ego di BB, non abbandonò l’idea di eseguire graffiti tentando composizione varie. Ma ogni volta il suo tentativo di ritrarre un animale lasciava perplessi gli osservatori che non riuscivano a distinguere i suoi elefanti dalle sue anatre. Quello che però suscitava la più notevole ammirazione erano i colori che Stelak realizzava con tecniche misteriose. La frustrazione per la totale negazione per il disegno veniva ampiamente controbilanciata dal virtuosismo cromatico, che Stelak produceva organicamente seguendo diete particolari. Una settimana di soli pomodori per un rosso carico. Tre giorni di bucce di melanzana per il viola. Due giorni di limoni per il giallo. Lattuga per il verde chiaro. Nel periodo più oscuro, spaghetti al nero di seppia.
Nel riproporre questa forma d’arte rivissuta attraverso il legame astrale BB ripercorre l’astrattismo di necessità, determinata dall’assoluta incompetenza nel figurativo che, proprio nella testardaggine del perenne tentativo di riprodurre forme riconoscibili senza mai riuscirvi, trova il suo carattere epico. La straordinaria varietà della gamma cromatica, anch’essa in qualche modo riconducibile alla necessità di produrre in proprio i colori attraverso un’attenta e selettiva scelta delle pietanze, hanno spinto altri critici a parlare di “Astrattismo Dietetico” o “Organico” mettendo l’accento su come la visione diretta del cromatismo Bastiano, con tutta la gamma di nuance sperimentate nelle varie versioni stagionali, induca fenomeni di sinestesia estrema in chi contempli l’opera appena prodotta. Lo spettatore lentamente, ma inesorabilmente, perde il contatto con la realtà ed è indotto ad entrare in uno stato di estasi o di demenza, poiché tutti i criteri tradizionali, visivi e olfattivi, sono rimessi in discussione. Tali opere hanno insite una portata di avventura e di azzardo che è impossibile prevedere tutte le possibili reazioni. Con l’andar del tempo la forza di rottura tende ad attenuarsi evaporando l’effetto di stravolgimento sensoriale, ma l’esperienza visiva rimane impressa nell’aspetto più profondo della nostra anima di fruitori dell’arte in tutte le sue forme, suoni e odori.
martedì 13 luglio 2010
martedì 6 luglio 2010
PALCHINPARCO MON AMOUR
E’ il giorno prima del gran giorno.L’attività per i preparativi ferve e i membri del FalSTAFF sudano sotto il sole e sotto la direzione di Daniela che, sorridendo, impartisce ordini. Paolo allunga i cavi per l’alimentazione elettrica dal palco alla console. Carlo ricontrolla la scaletta. Franca prepara i giochi per i bambini consultando l’ampia bibliografia a disposizione. Leonardo, arrampicato su un albero, monta lo striscione. Gabriele trasporta cose varie nonostante il dito ingessato. Bruno si aggira nel parco con espressione concentrata ed indaffarata.
Verso sera qualche ospite comincia già ad arrivare, dormiranno qui per essere pronti domani. Arriva anche Eugenio carico di attrezzature varie, con tanto di cuscino personalizzato. Peccato che abbia dimenticato il pigiama. No problem, dormirà con un lenzuolo avvolto a mo’ di toga con cui si aggira la sera da una stanza all’altra della casa di Daniela con ammirevole nonchalance. La notte trascorre tranquilla, anche se sono pochi gli emuli del principe di Condè di manzoniana memoria e spesso ci si ritrova in cucina a chiacchierare. Paolo ne approfitta per passare due prese in più anche lì, buone per preparare la colazione.
L’alba radiosa dell’indomani è la promessa di un giorno memorabile.
Ultimi ritocchi e prime accoglienze.
Daniela, vestita in perfetto stile “casa nella prateria” gira distribuendo altri ordini e altri sorrisi. Il parcheggio, sotto la direzione del dito inflessibile e ingessato di Gabriele, comincia a riempirsi, mentre le squadre di recupero degli ospiti dispersi per la campagna romana sono in allerta. Paolo allunga altri cavi per alimentare le varie postazioni. Franca prepara palloncini e giochi vari. La scaletta viene rivista ancora per nuove esigenze appena comunicate. Leonardo continua ad arrampicarsi su alberi appendendo cartelli ed avvisi vari. Bruno dovrebbe pulire i bagni ma, con espressione seria e indaffarata, si ricorda che è allergico proprio a quei prodotti che si usano nei bagni chimici.
Finalmente si comincia sotto il sole di mezzodì di un luglio felice di essere il mese più caldo dell’anno. Le performance si susseguono. Tutto bene, pare. Paolo, intanto, continua a tendere cavi, ogni cespuglio deve avere il suo punto luce e la sua presa per ricaricare telefonini. Franca insegue i bambini proponendo giochi vari, ma quelli sono interessati solo a fare gavettoni con i palloncini e tirarseli addosso. Intanto i pittori espongono e dipingono, i cantanti cantano, i poeti problematizzano. Richiesta di modificare la scaletta. Posticipare perché all’ora prevista il sole illuminerebbe il poeta performer dal lato sbagliato. In alternativa ruotare il palco. Carlo annuisce senza espressione. Un altro chiede di poter leggere tutto il suo poema (480 pagine!) perché solo così se ne capirebbe la grandezza. Daniela gli sorride amabile mentre gli porge un caffè pieno di sonnifero. Leonardo, da sopra l’albero dove sta appendendo l’ennesimo cartello, si accorge che Gabriele, oltre al dito ingessato, presenta una leggera zoppìa, ma quello fa segno che tutto è sotto controllo. Bruno si aggira per il parco con l’espressione sempre più indaffarata, anche se nessuno ha capito cosa stia facendo esattamente.
Carlo, dovendo modificare per l’ennesima volta la scaletta, ha deciso di scriverla in endecasillabi perfetti per poi inserirla nella raccolta “A luglio, di sabato si va necessariamente al mare!” di prossima uscita.
Paolo sta portando cavi elettrici anche a casa dei vicini, distante due chilometri, non si sa mai. Leonardo sopra l’ennesimo albero grida qualcosa a Gabriele, ma quello gli fa segno che non riesce a sentirlo perché ha cominciato ad accusare un leggero abbassamento delle facoltà uditive ma, tranquillo, sicuramente è una cosa transitoria, almeno spera. Franca, completamente fradicia, mormora qualcosa a proposito di Erode. Meglio non indagare. Daniela sorride ancora. Il dubbio viene. Non è che sia una semiparesi facciale?
Finalmente sera, poi notte. Ultime esibizioni, ultimi applausi.
Il FalSTAFF si riunisce a godersi il fresco e la stanchezza satolla di soddisfazione. Carlo ne approfitta per recitare a voce alta la versione in versi della scaletta appena composta scatenando l’entusiasmo ammirato di tutti, anche di Gabriele, nonostante abbia cominciato ad accusare anche una leggera forma di lombosciatalgia, e di Leonardo che orami usa le funi come liane spostandosi da un albero all’altro. Bruno giace su una sedia con espressione di chi ha passato tutta la giornata impegnato a fare la faccia concentrata ed indaffarata e la cosa ha consumato tutte le sue energie. Paolo cerca di convincere una delle espositrici attardatasi che starebbe benissimo con dei cavi elettrici avvolti intorno al corpo e delle prese a mo’ di orecchini. Franca infila spilloni in pupazzi con sembianze di fanciulli recitando strani mantra in lingue sconosciute. Tutto è andato bene: siamo sopravvissuti. E’ l’ora del riposo.
giovedì 1 luglio 2010
PARASTINCHI E PARADISI
(Estratto da CRONACHE DAL PARADISO - dal nostro inviato la buonanima di Dirtydancing – cronache di un giornalista free-lance che si ritrova inopinatamente in un altrove del tutto simile al paradiso narrato nei libri che leggeva da bambino con tanto di angeli e anime dei beati)
Faust è sovraeccitato. Come al solito, in fondo. E’ uno che vive tutto con perenne entusiasmo. Ce ne vorrebbero di più come lui. Da prendere a piccole dosi, però.
“E’ fatta, tranquillo!”
Si concede qualche attimo per godersi la mia espressione interrogativa. Deve riuscirmi particolarmente bene perché sembra in estasi.
“Il torneo di calcio a cinque! ”.
La mia espressione non muta e lui se ne “spara” un’altra dose abbondante, forse vuole farsene una scorta per l’inverno.
“Non te ne avevo già parlato? Rimedio subito. Domani comincia il torneo di calcio a cinque con la prima partita a cui partecipa la nostra squadra, la Cornelius F.C.. Senti che formazione: io, chiaramente, in porta, che oltre la mole e il pelame ho anche una certa agilità gorillesca. Davanti formazione a rombo. Vertice basso, difesa, tu. Due sulle fasce, a destra Filippo Tommaso Marinetti, a sinistra il marchese Lafayette. Vertice alto del rombo, attacco, indovina chi? Dai, indovina! No, anzi, lascia perdere che non indovineresti mai. Spartacus, il gladiatore”.
La mia espressione deve essere ancora comicamente indefinibile perché Faust decide di concedersene ancora un po’ beandosi di tanta faccia.
“Ho pensato a tutto, disposizione in campo, tattica, divise sociali. Tranquillo, il perizoma leopardato è opzionale. Seguimi: Spartacus è lo specchietto per le allodole, deve attirare su di se gli avversari, l’arma segreta sarà Marinetti sulla fascia. Corre come una locomotiva, non si ferma mai, anzi mentre corre fa pure i versi come una locomotiva: SPAFF, ZUM, SDENG SDENG. Ma non devi sottovalutare Lafayette, sotto quella parrucca da cicisbeo c’è un mastino che sembra Benetti dei giorni migliori. Capito? E’ un rombo dinamico, il nostro!”
“Faust, ma io che centro? Non gioco a calcio dai tempi dell’oratorio. E, figurati, neanche ci sono mai andato all’oratorio”.
“E allora? Sei un giornalista, no? Oltre a giocare, racconterai le epiche gesta della Cornelius F.C. dall’interno, la cronaca diretta dallo spogliatoio. Altro che interviste precotte. Racconterai l’epica scalata verso la vittoria, la fatica, l’eroismo, il sacrificio, l’agonismo esasperato, il sudore misto a sangue. Tutte quelle stronzate che voi giornalisti vi inventate per non far capire che non avete niente da raccontare. Te lo devo insegnare io il mestiere?”.
“Qui l’unica stronzata che vedo è la mia partecipazione. Scusa, ma io non capisco niente di calcio, non so cosa sia la diagonale, non conosco la differenza tra la ripartenza e il contropiede, mi è ancora misteriosa l’applicazione del fuorigioco. Come posso esserti utile?”.
Qui Faust fa un lungo sospiro e si trattiene a lungo a fissarmi senza rispondere. Ma la sua espressione ora è seria, sembra quasi compatirmi.
“Ascolta. Il Paradiso è grandissimo, tra trapassati e simulacri di vivi c’è tantissima gente. Se vuoi ritrovare qualcuno, l’occasione migliore è proprio questo torneo. E’ organizzato direttamente dall’ufficio del Gran Capo e tutti, ma proprio tutti, vengono a vedere il torneo. Anche Mandolina verrà, ne sono sicuro”.
Lo spogliatoio è interamente rivestito di maioliche bianche, anche sul soffitto, ed illuminato da una luce diffusa che non riesco a capire da dove arrivi. Ognuno sulla propria panca, ci prepariamo. Marinetti in silenzio, dardeggiando occhiate severe e concentrate tutto intorno, indossa calzettoni con la giarrettiera, mentre il marchese Lafayette estrae una testa di legno su cui ripone con cura la parrucca incipriata. In un angolo una montagna di muscoli ripiegata su se stessa cerca la concentrazione mugugnando preghiere. Questa visione di Spartacus dovrebbe suggerirmi un vulcano in eruzione, mi sembra piuttosto una pignatta di fagioli sul fuoco. Inutile negare, sono perplesso.
Faust, mentre indossa il perizoma leopardato, – incredibile, ce l’ha davvero – espone a voce alta le sue elucubrazioni tecnico-tattiche. Per me poche indicazioni, una su tutte: se ho la palla, devo lanciarla a sinistra sulla fascia di Martinetti. Come si sente nominare Filippo Tommaso si gira verso di me lanciando il suo grido di guerra: SDENG ZAFF BANG! Ma contro chi giochiamo?
Faust fa un gesto di sufficienza, l’A.S. Margaritas ante porcos, buone individualità ma scarso gioco di squadra. Sembra davvero fiducioso. Indossiamo le nostre divise bianche con bordi blu oltremare, ma mi colpisce che sono molto larghe, almeno tre taglie in più.
Scendiamo in campo, coperto da un manto erboso perfetto e circondato da tribune che a prima vista mi paiono infinite. Non scherzava Faust, davvero ci vengono tutti a vedere queste partite. L’altra squadra è già in campo, completo verde con scritte e numeri dorati, anche loro almeno tre taglie in più. Il capitano ha sulle spalle la scritta con il nome, Carneade – e chi è costui? – dietro di lui riconosco i fratelli Santonastaso, coppia difensiva, Ugo Foscolo credo sia la punta avanzata e in porta William Shakespeare. Arbitra Pedro Almodovar in giarrettiera e mutande di pizzo.
Comincia la partita e io mi ritrovo con gli occhi sbarrati: i giocatori si muovono lentamente, danzando con leggiadria. Piroettando sulle punte, Carneade, gestisce la palla e la appoggia ad uno dei Santonastaso, Mario credo, che con gesto teatrale la passa delicatamente al portiere. Il pubblico applaude ad ogni coreografia e la partita prosegue con giocatori più intenti alle evoluzioni aggraziate che a finalizzare il gioco cercando il tiro in porta. Ad ogni occasionale contatto è tutto uno “Scusi, non volevo” e ”Prego, è colpa mia”.
Cerco di adattarmi muovendomi a passo di danza, ma quando mi capita la palla tra i piedi al centro del campo e, alla mia banale finta, Carneade trova esteticamente piacevole cascarci in pieno lasciandomi libera la strada verso la porta avversaria, l’istinto prende il sopravvento. Non si giocano centinaia di partite in mezzo alla strada, quasi tutte ad una porta sola e “ogni tre calci d’angolo è rigore” senza che questo ti segni indelebilmente per tutta la vita e pure oltre. I Santonastaso si muovono all’unisono per contrastarmi ma, arrivati contemporaneamente davanti a me, decidono di abbracciarsi per improvvisare due passi di tango. L’applauso è assicurato ma io, che ho continuato la corsa dietro la palla, mi ritrovo da solo davanti la porta e tiro. Il portiere, Shakespeare, è intento a monologare verso il pubblico e il pallone finisce in rete. Goal!
Almodovar fischia indicando il centro del campo. Vado con tutto il repertorio delle esultanze, salto piroettando con il pugno in alto, poi la maglia sulla testa, linguaccia, aeroplanino, cullo il bambino, breakdance, ecc. Sto per cominciare le esultanze collettive ma mi accorgo che compagni e avversari mi guardano stupiti e imbarazzati. Torno nella mia metà campo fissando interrogativo Faust che mi risponde con una serie di gesti indecifrabili. Carneade intanto pone la palla al centro, alza le mani e annuncia solenne:
“No Fair Play Time”.
Una schiera di angeli volanti atterra e, divisi in squadre di tre, ci spogliano, ci dotano di elementi di protezione e caschi e ci rivestono. Quando termina la vestizione sembriamo pronti per una partita di football americano, ora la divisa calza giusta. Più stupito di prima guardo Faust che, ancora gesticolando, mi fa capire che è tutto a posto. Sarà, ma ho i miei dubbi e il ruggito con cui l’intera squadra dell’A.S.Margaritas si scaglia contro di noi me li conferma tutti.
Adesso si muovono con veemenza frenetica. Entrata feroce di Pippo Santonastano su Marinetti scatenato sulla fascia che, cascando, scava un solco. Scambio col fratello per evitare Spartacus che, manca, in effetti, la palla ma centra in pieno l’avversario scaraventandolo in alto. Pippo si alza in volo per quattro, cinque metri agitando freneticamente gambe e braccia dopodiché ricade pesantemente sopra Martinetti che si stava rialzando. Contrasto violento tra Ugo Foscolo e Lafayette, le scintille provocate dallo sfregare delle armature protettive bruciacchiano le loro divise mentre rotolano a terra, io controllo la palla, sono pronto a calciare, ma Carneade mi sbatte spalle a terra finendomi sopra, faccia a faccia. Ne approfitta per ringhiarmi sul viso lasciando colare una bava di saliva che potrebbe annegare un animale di taglia media. Una pallonata tremenda lo prende in piena fronte, salvandomi. Il pubblico in delirio sostiene Martinetti che scatta di nuovo sulla fascia sbuffando davvero come una locomotiva, evita questa volta l’entrata assassina di Pippo e crossa al centro. Groviglio di corpi, risolve Spartacus che trascina tutto il gruppo di peso in fondo alla rete: 2 a 0. Corro ad abbracciare il goleador, faccio appena in tempo a toccarlo che tutto il resto della squadra, compreso Faust, ci piomba addosso. Poi non ricordo nulla.
Mi sveglio negli spogliatoi dopo chissà quanto tempo. Moana Pozzi vestita da infermiera mi sta rimboccando le coperte. La guardo inebetito e lei mi sorride.
“Sono in paradiso?”.
“Sì”.
(fine… per ora)
Faust è sovraeccitato. Come al solito, in fondo. E’ uno che vive tutto con perenne entusiasmo. Ce ne vorrebbero di più come lui. Da prendere a piccole dosi, però.
“E’ fatta, tranquillo!”
Si concede qualche attimo per godersi la mia espressione interrogativa. Deve riuscirmi particolarmente bene perché sembra in estasi.
“Il torneo di calcio a cinque! ”.
La mia espressione non muta e lui se ne “spara” un’altra dose abbondante, forse vuole farsene una scorta per l’inverno.
“Non te ne avevo già parlato? Rimedio subito. Domani comincia il torneo di calcio a cinque con la prima partita a cui partecipa la nostra squadra, la Cornelius F.C.. Senti che formazione: io, chiaramente, in porta, che oltre la mole e il pelame ho anche una certa agilità gorillesca. Davanti formazione a rombo. Vertice basso, difesa, tu. Due sulle fasce, a destra Filippo Tommaso Marinetti, a sinistra il marchese Lafayette. Vertice alto del rombo, attacco, indovina chi? Dai, indovina! No, anzi, lascia perdere che non indovineresti mai. Spartacus, il gladiatore”.
La mia espressione deve essere ancora comicamente indefinibile perché Faust decide di concedersene ancora un po’ beandosi di tanta faccia.
“Ho pensato a tutto, disposizione in campo, tattica, divise sociali. Tranquillo, il perizoma leopardato è opzionale. Seguimi: Spartacus è lo specchietto per le allodole, deve attirare su di se gli avversari, l’arma segreta sarà Marinetti sulla fascia. Corre come una locomotiva, non si ferma mai, anzi mentre corre fa pure i versi come una locomotiva: SPAFF, ZUM, SDENG SDENG. Ma non devi sottovalutare Lafayette, sotto quella parrucca da cicisbeo c’è un mastino che sembra Benetti dei giorni migliori. Capito? E’ un rombo dinamico, il nostro!”
“Faust, ma io che centro? Non gioco a calcio dai tempi dell’oratorio. E, figurati, neanche ci sono mai andato all’oratorio”.
“E allora? Sei un giornalista, no? Oltre a giocare, racconterai le epiche gesta della Cornelius F.C. dall’interno, la cronaca diretta dallo spogliatoio. Altro che interviste precotte. Racconterai l’epica scalata verso la vittoria, la fatica, l’eroismo, il sacrificio, l’agonismo esasperato, il sudore misto a sangue. Tutte quelle stronzate che voi giornalisti vi inventate per non far capire che non avete niente da raccontare. Te lo devo insegnare io il mestiere?”.
“Qui l’unica stronzata che vedo è la mia partecipazione. Scusa, ma io non capisco niente di calcio, non so cosa sia la diagonale, non conosco la differenza tra la ripartenza e il contropiede, mi è ancora misteriosa l’applicazione del fuorigioco. Come posso esserti utile?”.
Qui Faust fa un lungo sospiro e si trattiene a lungo a fissarmi senza rispondere. Ma la sua espressione ora è seria, sembra quasi compatirmi.
“Ascolta. Il Paradiso è grandissimo, tra trapassati e simulacri di vivi c’è tantissima gente. Se vuoi ritrovare qualcuno, l’occasione migliore è proprio questo torneo. E’ organizzato direttamente dall’ufficio del Gran Capo e tutti, ma proprio tutti, vengono a vedere il torneo. Anche Mandolina verrà, ne sono sicuro”.
Lo spogliatoio è interamente rivestito di maioliche bianche, anche sul soffitto, ed illuminato da una luce diffusa che non riesco a capire da dove arrivi. Ognuno sulla propria panca, ci prepariamo. Marinetti in silenzio, dardeggiando occhiate severe e concentrate tutto intorno, indossa calzettoni con la giarrettiera, mentre il marchese Lafayette estrae una testa di legno su cui ripone con cura la parrucca incipriata. In un angolo una montagna di muscoli ripiegata su se stessa cerca la concentrazione mugugnando preghiere. Questa visione di Spartacus dovrebbe suggerirmi un vulcano in eruzione, mi sembra piuttosto una pignatta di fagioli sul fuoco. Inutile negare, sono perplesso.
Faust, mentre indossa il perizoma leopardato, – incredibile, ce l’ha davvero – espone a voce alta le sue elucubrazioni tecnico-tattiche. Per me poche indicazioni, una su tutte: se ho la palla, devo lanciarla a sinistra sulla fascia di Martinetti. Come si sente nominare Filippo Tommaso si gira verso di me lanciando il suo grido di guerra: SDENG ZAFF BANG! Ma contro chi giochiamo?
Faust fa un gesto di sufficienza, l’A.S. Margaritas ante porcos, buone individualità ma scarso gioco di squadra. Sembra davvero fiducioso. Indossiamo le nostre divise bianche con bordi blu oltremare, ma mi colpisce che sono molto larghe, almeno tre taglie in più.
Scendiamo in campo, coperto da un manto erboso perfetto e circondato da tribune che a prima vista mi paiono infinite. Non scherzava Faust, davvero ci vengono tutti a vedere queste partite. L’altra squadra è già in campo, completo verde con scritte e numeri dorati, anche loro almeno tre taglie in più. Il capitano ha sulle spalle la scritta con il nome, Carneade – e chi è costui? – dietro di lui riconosco i fratelli Santonastaso, coppia difensiva, Ugo Foscolo credo sia la punta avanzata e in porta William Shakespeare. Arbitra Pedro Almodovar in giarrettiera e mutande di pizzo.
Comincia la partita e io mi ritrovo con gli occhi sbarrati: i giocatori si muovono lentamente, danzando con leggiadria. Piroettando sulle punte, Carneade, gestisce la palla e la appoggia ad uno dei Santonastaso, Mario credo, che con gesto teatrale la passa delicatamente al portiere. Il pubblico applaude ad ogni coreografia e la partita prosegue con giocatori più intenti alle evoluzioni aggraziate che a finalizzare il gioco cercando il tiro in porta. Ad ogni occasionale contatto è tutto uno “Scusi, non volevo” e ”Prego, è colpa mia”.
Cerco di adattarmi muovendomi a passo di danza, ma quando mi capita la palla tra i piedi al centro del campo e, alla mia banale finta, Carneade trova esteticamente piacevole cascarci in pieno lasciandomi libera la strada verso la porta avversaria, l’istinto prende il sopravvento. Non si giocano centinaia di partite in mezzo alla strada, quasi tutte ad una porta sola e “ogni tre calci d’angolo è rigore” senza che questo ti segni indelebilmente per tutta la vita e pure oltre. I Santonastaso si muovono all’unisono per contrastarmi ma, arrivati contemporaneamente davanti a me, decidono di abbracciarsi per improvvisare due passi di tango. L’applauso è assicurato ma io, che ho continuato la corsa dietro la palla, mi ritrovo da solo davanti la porta e tiro. Il portiere, Shakespeare, è intento a monologare verso il pubblico e il pallone finisce in rete. Goal!
Almodovar fischia indicando il centro del campo. Vado con tutto il repertorio delle esultanze, salto piroettando con il pugno in alto, poi la maglia sulla testa, linguaccia, aeroplanino, cullo il bambino, breakdance, ecc. Sto per cominciare le esultanze collettive ma mi accorgo che compagni e avversari mi guardano stupiti e imbarazzati. Torno nella mia metà campo fissando interrogativo Faust che mi risponde con una serie di gesti indecifrabili. Carneade intanto pone la palla al centro, alza le mani e annuncia solenne:
“No Fair Play Time”.
Una schiera di angeli volanti atterra e, divisi in squadre di tre, ci spogliano, ci dotano di elementi di protezione e caschi e ci rivestono. Quando termina la vestizione sembriamo pronti per una partita di football americano, ora la divisa calza giusta. Più stupito di prima guardo Faust che, ancora gesticolando, mi fa capire che è tutto a posto. Sarà, ma ho i miei dubbi e il ruggito con cui l’intera squadra dell’A.S.Margaritas si scaglia contro di noi me li conferma tutti.
Adesso si muovono con veemenza frenetica. Entrata feroce di Pippo Santonastano su Marinetti scatenato sulla fascia che, cascando, scava un solco. Scambio col fratello per evitare Spartacus che, manca, in effetti, la palla ma centra in pieno l’avversario scaraventandolo in alto. Pippo si alza in volo per quattro, cinque metri agitando freneticamente gambe e braccia dopodiché ricade pesantemente sopra Martinetti che si stava rialzando. Contrasto violento tra Ugo Foscolo e Lafayette, le scintille provocate dallo sfregare delle armature protettive bruciacchiano le loro divise mentre rotolano a terra, io controllo la palla, sono pronto a calciare, ma Carneade mi sbatte spalle a terra finendomi sopra, faccia a faccia. Ne approfitta per ringhiarmi sul viso lasciando colare una bava di saliva che potrebbe annegare un animale di taglia media. Una pallonata tremenda lo prende in piena fronte, salvandomi. Il pubblico in delirio sostiene Martinetti che scatta di nuovo sulla fascia sbuffando davvero come una locomotiva, evita questa volta l’entrata assassina di Pippo e crossa al centro. Groviglio di corpi, risolve Spartacus che trascina tutto il gruppo di peso in fondo alla rete: 2 a 0. Corro ad abbracciare il goleador, faccio appena in tempo a toccarlo che tutto il resto della squadra, compreso Faust, ci piomba addosso. Poi non ricordo nulla.
Mi sveglio negli spogliatoi dopo chissà quanto tempo. Moana Pozzi vestita da infermiera mi sta rimboccando le coperte. La guardo inebetito e lei mi sorride.
“Sono in paradiso?”.
“Sì”.
(fine… per ora)
venerdì 4 giugno 2010
QUESTIONE DI LINGUAGGIO
“0100101001… una serie infinita di linguaggio binario. Lo schermo visualizza niente altro che scelte non rinviabili. O 0 o 1, o sì o no, tertium non datur come diceva il prof di latino. Il computer non ragiona, decide. Le sfumature sono solo l’illusione suggerita da migliaia di sì e migliaia di no che compaiono sullo schermo ad ogni colpo di mouse. Un universo inequivocabile.”Così pensa Walter mentre spegne il pc.
Domenica mattina. Uscire. C’è il mercatino in piazza. Come vestirsi? Pantalone corto con tasche o quello lungo e zainetto a tracolla. Scarpe o sandali? T-shirt o polo? Tre cambi in rapida successione fino a che, più che altro per stanchezza, rimane in sandali, polo blu e pantaloni con le tasche. Ma anche zainetto. Esce, chiude la porta. Riapre, posa lo zainetto e prende il cappello. Chiude. Riapre. Ha scordato il cellulare.
Sole che picchia fuori, bello. Caffè. Il bar vicino casa o quello in piazza? Sms di Saverio. Lo aspetta al bar centrale.
C’è Lorena. Adora Lorena. Bel sorriso invitante e belle gambe. Simpatia reciproca e battute inevitabilmente sbagliate. “Questo non lo devo dire”. Il tempo di formulare il pensiero e subito la lingua parte in quarta. Frustrante.
Eppure in chat Walter si trova perfetto. Brillante, autoironico senza strafare, tempi giusti per piccole allusioni, riesce a reggere il gioco del contrappunto leggero, brioso, divertente. Con la tastiera davanti si sente sicuro. È il suo piano di appoggio per staccarsi in voli pindarici o, in caso di emergenza, la zattera di salvataggio sempre pronta. Senza tastiera è il naufragio.
Una sera, casualmente in una chat per iniziati, qualcuno accenna ad un progetto top-secret. Una misteriosa Agenzia cerca soggetti disposti a sottoporsi ad esperimenti per la creazione di un vero e proprio ibrido: una fusione tra uomo e computer. E’ la soluzione!
L’indirizzo corrisponde ad un club privè nel cuore del quartiere storico della città. Dopo aver fatto la tessera di prammatica, Walter entra e, come gli è stato detto, segue le frecce dipinte a terra che lo conducono nel retro. Una porta scorrevole azionata automaticamente lo lascia entrare in un ambiente dominato dalla luce bianca e netta dei neon. Gli viene indicata una stanza dove attendere. Dieci minuti ed entrano ridendo due individui pingui e paffuti. I due si siedono e, mentre uno apre un pc portatile, l’altro comincia a squadrarlo come volesse soppesarlo.
“Bene. Come lei sa già, il nostro obiettivo è quello di installare questa nuova tecnologia di bio-hardware nel corpo del soggetto, trasformandolo in una specie computer umano. Il suo corpo sarà indotto, tramite appositi stimoli, a sviluppare collegamenti nervosi così che potrà interagire con il suo bio-hardware dando direttamente ordini dal cervello.”
“Niente più tastiera, niente mouse e roba varia?”
“Nulla. Il cervello del soggetto interagirà direttamente con il cervello artificiale. Avrà la connessione internet 24 ore su 24 del tipo flat e porte USB installate sotto le unghie dei pollici e un telefonino ultima generazione in omaggio. Una nuova frontiera, eccetera eccetera e tutte quelle belle cose che si dicono in queste circostanze. Chiaro?”
Il sorriso con cui Walter aveva seguito tutta la spiegazione si rabbuia all’improvviso:
“Ma non è che in realtà voi volete trasformarmi in un burattino comandato a distanza?”
I due uomini di fronte a lui si guardano per un momento negli occhi e poi esplodono in una risata.
“Ma lei è uno spasso! Lei saprà che ormai per gli enti pubblici è d’obbligo l’autonomia, e anche per quelli poco pubblicizzati, come noi, devono saper gestire e investire. Quello che ci interessa è testare questa tecnologia per poi metterla in commercio. Ma ha un’idea di quanto varrebbe un affare del genere?”
“No.”
“E comunque le rendo noto quelli che dice lei li abbiamo già. Mai visto quei signori vestiti di nero con occhiali scuri e auricolare? L’auricolare è in realtà l’antenna con cui li controlliamo. Anzi, ogni tanto per combattere la noia, ci divertiamo a farli prendere a schiaffi da soli o a farli vestire da donna.”
“Marescia’,– interviene il dattilografo da portatile – l’altra sera stavo seguendo sul monitor proprio quello che si mette i vestiti della moglie. Ho pensato che avevamo lasciato il remote-control acceso, vado controllore e invece era spento. A quello, marescia’, ci piace proprio.”
“Vabbuo’ Gargiulo, ma ora torniamo a noi. Da domani cominceremo e la sua vita cambierà. Il suo nome in codice è Commodare 64. Chiaro? ”
Due mesi dopo Walter è un uomo felice e sicuro di se, anzi è più che un uomo, un uomo-computer e qualunque problema lo affronta senza più imbarazzi. Ogni questione è analizzata con un programma adatto e la decisione è immediata. L’Agenzia lo ha esibito in riunioni aperte soltanto ad un pubblico selezionato. Ci sono state molte prenotazioni. Peccato che l’aggiornamento del software avvenga attraverso delle supposte di bio-hardware piuttosto consistenti.
Anche nella vita privata è un successo. Con Lorena riesce a comportarsi con la stessa sicurezza e padronanza che aveva nelle chat e ormai sono coppia fissa. Affascinata dalla sua velocità di scaricamento di file musicali e cinematografici da internet, mentre fanno l’amore, Lorena può usare i suoi capezzoli come i comandi di un iPod. Walter è davvero un uomo felice.
Sei mesi dopo i viaggi per le performance sono molto diradati. Anzi da un mese non viene più contattato. Quando qualche programma si impalla e cerca di contattare l’agenzia lo fanno attendere in linea sempre più tempo. Oggi due ore e poi la linea è caduta definitivamente. Walter, esasperato, si reca nella sede del primo incontro. Entra deciso, si dirige nel retro e tenta di azionare la porta scorrevole ma inutilmente. Urla, batte i pugni e prende a calci la porta. Improvvisamente i pannelli scorrevoli si aprono mostrando due individui vestiti con un completo scuro, occhiali da sole e auricolare. Uno porta scarpe da donna. Walter capisce al volo e si precipita fuori di corsa.
Proprio sull’ingresso urta qualcuno che stava entrando. Finiscono a terra, l’altro impreca: è Gargiulo, il dattilografo del primo incontro.
“Gargiulo, sono io mi riconosce?”
“Ma sì, sei commodore 64! Tutto bene ?”
“No, non va affatto bene. E’ una tragedia. Il bio-hardware non c’è la fa quasi più. Se apro un programma di grafica, mi devo sedere altrimenti svengo. Ho paura di scaricare nuovi aggiornamenti. E se mi impallo definitivamente?”
“Avete chiamato l’assistenza qui dell’Agenzia?”
“Non mi danno più retta. All’inizio tutto bene. Ma ora prima prendono tempo, lasciano cadere la linea e non mi rispondono più.”
“Capisco, ma non posso aiutarla. A me e al maresciallo ci hanno spostato in un altro reparto. Volevano rivedere il progetto.”
“Rivedere il progetto? Ma non eravamo all’avanguardia, il bio-hardware, le nuove frontiere ecc. ecc.?”
“Certo, sempre il bio-hardware, ma lei è impostato con un’architettura di tipo binario, 01010101, e ha la CPU che lavora in modo sequenziale, giusto?”
“Giusto, e anche un hard disk interno da 1.000 gigabyte”
“Il progetto bio-hardware adesso è stato reimpostato diversamente. Il linguaggio non è più quello binario, ma è basato sul DNA e sulle sequenze dei nucleotidi A, T, C e G. Al corso di aggiornamento ci hanno spiegato che un centimetro quadrato di DNA può contenere quasi sei milioni di Terabyte di informazione. Quello che è stato installato in lei è, come dire? … una tecnologia obsoleta. Lei è un modello superato!”
“Come superato? Mi buttano via come una macchina rotta?”
“Tranquillo. C’è sempre rimedio. Le posso presentare un mio cugino che si occupa recupero di parti e…”
“Ma vuole smontarmi a pezzi? Questa è cannibalizzazione!”
“Ehhhh, cannibalizzazione, che brutta espressione. Lei, amico mio, è troppo drastico. Bisogna apprezzare le sfumature. Io preferisco dire recupero, riciclaggio, al limite di modernariato.Capisce? E’ tutta una questione di linguaggio.“
giovedì 27 maggio 2010
giallo latinense
“Ciao”
“Ciao. Adesso il tuo avvocato ti da il permesso di sederti vicino a me?”
“Valeria è prima di tutto la mia migliore amica. In questa circostanza è anche il mio avvocato”.
“A me ha sempre ricordato un cane da caccia con quel suo modo di puntare il naso in avanti”.
“E’ sempre stata un po’ altezzosa, questo è vero. Ma è un’amica sincera”.
“Che non mi ha mai sopportato. Almeno dal giorno in cui ti ho sposato”.
“Sei ingiusto con lei”.
“Forse. Ma non è per questo che hai deciso di divorziare”.
“Ne abbiamo parlato abbastanza, non credi?”.
“Sì. Anche se io ancora non riesco a capire bene. Ma ormai siamo qui. Oggi è il gran giorno. Emozionata?”.
“Sì. Ed evidentemente anche tu, visto che oggi parli, dopo anni di mutismo”.
“Forse non avevo argomenti interessanti”.
“Già. Forse. O forse non trovavi interessante parlare con me”.
“Io ho sempre adorato ascoltarti”.
“Per questo mi lasciavi da sola nei miei interminabili monologhi? Tu mai che avessi qualcosa da dirmi, da raccontarmi. Mai qualcosa da condividere con me. Mai che mi parlassi di te, del tuo lavoro. Sì, lo so, il segreto di ufficio o come diavolo si chiama. Ogni volta che seguivi un caso avevi una faccia da funerale. Ti chiudevi come una tomba. Mi sembrava, ogni volta, di vivere con il colpevole di ogni delitto che vedevo al telegiornale o leggevo sui giornali”.
“Non alterarti che il cane da caccia ti sta puntando con il suo naso”.
“Stupido. Però è vero, anche a me ha sempre ricordato un cane che punta un osso, con quel modo strano con cui tiene alto il mento e muove la testa”.
“Ho sempre immaginato che quando vi incontravate, le mettevi il guinzaglio e la portavi a passeggiare nel parco. E, mentre tu ti sfogavi contro di me, lei faceva i bisogni nei cespugli”.
“Che idiota”.
“Però ti ho fatto ridere. Davvero non ti ho mai raccontato nulla del mio lavoro?”.
“Mai. Solo una volta, appena sposati, accennasti ad un’indagine. Avevi cominciato a raccontare poi, però, ad un certo momento, non mi dicesti più nulla, anche se io chiedevo ogni giorno. Tu, invece, muto. Evidentemente non mi ritenevi più degna. Ma, probabilmente, non ti ricorderai più”.
“Il caso del macellaio di via Corridoni. Ricordo benissimo”.
“Si. E’ vero. Mi avevi parlato di un macellaio. All’inizio mi raccontavi tutto. Io mi emozionavo ad ascoltare il tuo racconto. Ti aspettavo con ansia la sera per sapere quello che avevi scoperto. Ma chi era stato ucciso?”.
“Abbiamo tempo credo. Te lo posso raccontare con calma. Era in agosto, un’estate molto calda. Eravamo da poco rientrati dalla luna di miele e io avevo appena preso servizio in questa piccola città di provincia dove era stato assegnato e dove ti ho portato a vivere. Vice-dirigente della Squadra Mobile Sezione omicidi. Era il primo passo di quella che sognavo potesse essere la mia carriera. Aspettavo solo l’occasione per poter chiedere il passaggio al Servizio Centrale Operativo a Roma, il mio vero obiettivo. Mi serviva solo una possibilità. Quel giorno stavo in ufficio con Di Sabato che commentava ancora le partite del mondiale di calcio, quello di Spagna. Era felice della vittoria perché finalmente vedeva tante bandiere in giro. Era fissato con il calcio, il maresciallo Di Sabato, e pure con le bandiere. Aveva quella del Napoli attaccata dietro la sua scrivania. Aveva appena finito di rievocare la semifinale con la Polonia e stava per attaccare con il suo personale resoconto della partita con la Germania quando arrivò la telefonata. Il cadavere di un uomo era stato ritrovato nel suo appartamento, in via Eroi del Lavoro, proprio a due passi dalla questura. Era il primo caso importante che potevo gestire da solo, insomma la mia grande occasione. Potevo mettermi in luce, finalmente. Ero così eccitato che volevo andare a piedi, ma il maresciallo mi ha dirottato alla macchina di servizio. Arrivammo sul posto contemporaneamente all’ambulanza. Di corsa su, al terzo piano. Sul pianerottolo abbiamo trovata una donna, pallida come un cadavere, che tremava e non riusciva a parlare. Ci ha indicato la porta aperta. Nel salotto c’era il cadavere di un uomo, il fratello della donna”.
“Poveretta, era sotto choc”.
“Quando si è ripresa siamo riusciti ad interrogarla. Ci ha detto che era andata a trovare il fratello perché non lo sentiva da diversi giorni e si era preoccupata. Aveva avuto ragione a preoccuparsi perché era morto, una coltellata gli aveva spaccato il cuore”.
“Ma chi poteva essere stato secondo lei?”
“Non aveva sospetti. Suo fratello era la classica brava persona che non aveva nemici. Vita tranquilla, da scapolo”.
“Mi ricordo che la sera quando sei rientrato eri turbato”.
“Ero molto perplesso. La scena del delitto aveva qualcosa che non quadrava”.
“In che senso?”.
“Tutto l’appartamento era sottosopra come se qualcuno avesse cercato qualcosa nei vari cassetti”.
“Una rapina, allora”.
“Il cadavere era nel salotto a faccia in giù. Il coltello gli era penetrato quasi fino al manico perché cadendo ci era finito sopra ed aveva attraversato tutto il corpo. Non era un normale coltello, uno di quelli che si trovano comunemente dentro casa”.
“E che coltello era?”.
“Ricordo perfettamente i dettagli. Era un coltello con lama appuntita e leggermente ricurva verso l’alto. Una lama lunga, mi pare 22 centimetri. Il manico era in acciaio zigrinato. Non avevo mai visto un tipo di coltello del genere. Il cane da caccia ci sta osservando e sorride”.
“E’ contenta, lasciala sorridere. Cosa altro ti lasciava perplesso?”.
“La sorella aveva detto che aveva trovato la porta chiusa. Ma non a chiave dall’interno. Come se qualcuno, uscendo, l’avesse chiusa tirandosela dietro dal pomello esterno”.
“C’erano impronte digitali su quel pomello?”
“Solo quelle della sorella”.
“E basta?”
“Già. Qualcuno l’aveva pulito, dopo aver richiuso”.
"Il rapinatore, sicuramente”.
“C’era già stato qualche caso di ladri sorpresi in casa. Quando era accaduto, erano scappati immediatamente. Se c’era stata una colluttazione e ci scappava un ferito, o peggio un morto, il ladro scappava il più velocemente possibile, preso dal panico. Mica sono degli assassini dal sangue freddo che si mettono a far sparire le tracce. E poi, di solito, già portano i guanti, perché fermarsi a ripulire il pomello?”.
“Giusto. Allora non è stato un ladro di appartamenti, uno di quelli esperti almeno. E cosa avete fatto, allora?”
“Ci siamo concentrati sull’arma del delitto. Micheluzzi, quello della scientifica, te lo ricordi? Venne anche a pranzo a casa nostra. No? Non fa niente, Comunque Micheluzzi non aveva dubbi: era un coltello da macellaio del tipo francese. Un coltello di tipo professionale, insomma”.
“Ricordavo bene che c’entrava un macellaio, allora”.
“Già. Lì vicino, in via Marchiafava, c’era un macellaio. Avremmo cominciato a controllare quello. Andammo io stesso e Di Sabato a parlare con il macellaio. Fingendoci clienti, cominciammo a fare domande sui tipi di coltelli che usava. Mi sono fatto una cultura sui coltelli da disosso, coltelli per carne surgelata, mannaie, mannarette, coltelli colpo, coltello mezzo colpo e compagnia bella. Quando gli ho chiesto del tipo francese si è irrigidito e ha cambiato espressione. Ma lei chi è? Mi ha chiesto indicandomi con la punta del coltello. Quando gli ho mostrato i documenti è diventato ancora più nervoso. E mi ha mostrato che nel raccoglitore dei coltelli c’era uno spazio vuoto. Era incavolato nero, era convinto che qualcuno glielo avesse sottratto di nascosto. Aveva pensato uno scherzo o a un dispetto”.
“E mancava proprio uno del tipo dell’arma del delitto?”.
“Mancava proprio uno del tipo francese, come l’arma del delitto”.
“E sul coltello c’erano le impronte digitali del macellaio?”
“E sul coltello c’erano le impronte digitali del macellaio, certo”:
“Allora era stato lui!”
“Allora era stato lui ad usare quel coltello, certo. Ma non è altrettanto certo che lo abbia usato per uccidere il nostro uomo”.
“Ma non c’erano altre impronte sul coltello?”
“No, praticamente quelle riconoscibili erano solo quelle del macellaio. Ma questo l’avremmo scoperto in seguito quando lo avremmo ufficialmente accusato. Intanto dovevamo procedere con cautela. A quel punto i sospetti erano leciti. Per la notte del delitto inoltre il macellaio non aveva un alibi. All’inizio aveva detto di essere rimasto a casa quella sera, ma nessuno l’aveva visto rientrare. Poi si era corretto e aveva detto di essere andato a fare un giro in moto di notte, ma da solo e quindi nessuno poteva confermare. Niente alibi, quindi. Mancava solo il movente”.
“E che movente poteva avere ?”
“Si uccide sempre per gli stessi motivi: soldi o amore”.
“Per gelosia, vorrai dire. E questo delitto, fu un delitto per soldi o per gelosia?”.
“La vittima era un quarantenne, scapolo. Impiegato presso un ente statale per i contributi all’agricoltura. Il macellaio conosceva la vittima. Secondo le testimonianze raccolte frequentavano lo stesso bar, ma sembra che fosse una conoscenza superficiale, nessuno li ha mai visti seduti allo stesso tavolo. Qualche volta, negli ultimi tempi, l’impiegato era andato a fare compere nel negozio del macellaio.
“E il macellaio? Che tipo era?”
“Il macellaio pare fosse uno che piaceva alle donne e a cui piacevano le donne. Un tipo abbastanza atletico, un passato da giocatore di calcio delle serie semiprofessioniste. Scapolo anche lui, cambiava spesso partner senza grossi problemi. L’impiegato invece conduceva una vita ritirata. Nessuna donna nella sua vita. Due persone completamente diverse. Che interesse poteva avere il macellaio ad uccidere una persona così innocua per lui?”.
“Davvero un mistero, allora. Non siete riusciti a trovare alcun legame tra loro?”.
“Niente che li unisse almeno fino a quando la signora che abitava al piano di sotto dell’impiegato non ci confidò che lei aveva avuto l’impressione che anche quel signore, così grigio e anonimo, con una vita così regolare, aveva avuto un cambiamento negli ultimi tempi. Aveva comprato una macchina nuova, una Fiat 128 bianca, sorrideva più spesso ed era più profumato”:
“Aveva vinto al totocalcio?”.
“Qualcosa di più sconvolgente, secondo la signora del piano di sotto”.
“E cioè?”
“Si era innamorato”.
“E di chi?”
“Una vedova, una che abitava nello stesso isolato, nel palazzo dirimpetto al suo rispetto al cortile interno. Lei stava al quinto piano”.
“E si frequentavano?”
“Nessuno li ha mai visti insieme, ma da qualche testimonianza, oltre alla signora del piano di sotto, anche il carrozziere di fronte al bar, la fioraia e altri ancora, avevano notato che l’impiegato cambiava espressione ogni volta che vedeva la vedova e la salutava con grandi sorrisi”.
“E lei ricambiava?”.
“Sempre secondo i testimoni, lei se ne accorgeva appena di lui. Ricambiava il saluto e basta. Quando l’abbiamo interrogata, ci ha confermato che lo conosceva di vista, ma non sapeva neanche il suo nome”.
“E il nome del macellaio?”
“Brava. Quello lo conosceva benissimo. Infatti, uscivano insieme. Lui la passava a prendere e la portava in giro con la moto”.
“Ma questo non spiega il motivo per cui il macellaio poteva avercela con l’impiegato, semmai il contrario!”.
“Appunto! La gelosia è un motivo sufficiente per desiderare la morte di qualcuno, abbiamo tanta letteratura a documentarlo. Ma, come hai giustamente notato, è il geloso che è rimasto ucciso non il rivale”.
“E allora?”
“E allora l’ipotesi, che abbiamo formulato e che chiudeva il cerchio, era che il macellaio la sera del delitto andò a casa dell’impiegato, attirato da quest’ultimo. Quindi l’impiegato avrebbe minacciato o addirittura aggredito il macellaio. Allora quello lo abbia ucciso per difesa”.
“E come l’avrebbe attirato?”
“Quello ha poca importanza. Poteva inventare mille scuse. Qualcosa di importante da dirgli o da proporgli, magari aveva predisposto un agguato finito male. Il macellaio era molto più prestante e l’avrebbe sopraffatto”.
“Sembra plausibile”
“E, infatti, dopo aver appurato che sul coltello ci fossero solo le impronte del macellaio, abbiamo provveduto al fermo. Tutti soddisfatti, sembrava che il caso fosse chiuso rapidamente. Il macellaio avrebbe certo confessato. Aveva ucciso per legittima difesa”.
“E invece?”.
“E invece, quello non confessava. Si ostinava a dire che era andato a fare un giro di notte e che neanche lo conosceva quel tipo”.
“Io ero convito della sua colpevolezza. E anche Di Sabato. I colleghi già mi facevano i complimenti per la mia capacità investigativa e si dimostravno conviti che quello sarebbe stato il primo passo di una brillante carriera. Aspettavamo solo l’inevitabile confessione. Quello si ostinava a negare”.
“E alla fine ha confessato?”
“E alla fine, come nei migliori gialli cinematografici, ci fu un colpo di scena. Il macellaio aveva un alibi di ferro”.
“E chi glielo ha fornito?”
“I carabinieri”:
“Come? Mi prendi in giro?”
“Al momento del delitto il macellaio stava incontrando di notte dei contrabbandieri di droga. E’ tutto registrato dai carabinieri che, infatti, sono venuti a prelevarlo il giorno dopo. E, pure, piuttosto incazzati che con la nostra inchiesta gli avevamo mandato a monte mesi e mesi di appostamenti”.
“Incredibile! E’ il delitto rimane insoluto?”
“E’rimasto ufficialmente un delitto insoluto.”.
“Ufficialmente, dici. Quindi tu avevi un’idea di come si siano svolti realmente i fatti?”.
“Sì, ma era solo una mia idea”.
“Voglio saperla”.
“Vuoi?”
“Vorrei. Ti prego”.
“Spero tu non mi prenda per pazzo. Dopo il colpo di scena tornai sulla scena del delitto. Volevo riverificare tutto. Se avevo tralasciato qualche dettaglio importante. Mentre giravo per casa, andai a vedere nella libreria se c’era qualche libro particolare che mi desse qualche informazione in più sulla personalità della vittima.”
“Hai trovato qualcosa di interessante?”.
“Notai due libri: un giallo di Simenon, "Il defunto signor Gallet" e, accanto, una biografia di Borromini”.
“E’ che hanno di particolare?”
“Il giallo di Simenon lo avevo letto anche io: è un’inchiesta di Maigret su un delitto che alla fine si scopre essere un suicidio.”
“Davvero?”
“Inoltre, secondo la tradizione, Borromini si è suicidato lasciandosi cadere su una spada”.
“E l’impiegato ha fatto alla stessa maniera?”.
“Sì”.
“Ma come avrebbe fatto a non lasciare impronte sul coltello? Aveva dei guanti quando l’avete trovato?”
“il suo problema era tenere il coltello in verticale per lasciarsi cadere sopra a peso morto. Per farlo, aveva incastrato il manico in un blocco di ghiaccio. Poi con il coraggio della disperazione di un amante disilluso si è lasciato cadere sulla lama spaccandosi il cuore. Il caldo estivo poi avrebbe fatto il resto, il ghiaccio si sarebbe sciolto, tutti, trovandolo steso a terra con un coltello nel petto, avrebbero pensato ad un omicidio. Il coltello, chiaramente, lo aveva rubato nel negozio del macellaio nelle occasioni in cui si recava a fare spesa, di solito verso l’ora di chiusura. Così le impronte digitali avrebbero accusato quello che per lui era il suo rivale in amore. Un nemico imbattibile per lui, altrimenti”.
“Hai trovato conferme al blocco di ghiaccio?”
“Sì, ho appurato dove avrebbe potuto facilmente prenderlo”.
“Quindi sei sicuro della tua ipotesi?”:
“Già”.
“E non l’hai mai detta?”
“No”.
“A nessuno?”
“E perché?”
“Perché per quanto folle, assurdo, e colpevole era un gesto d’amore, per quanto l’amore può essere folle, assurdo e colpevole. A che serviva sporcarlo con una verità giudiziaria?”.
“…”
“…”
“Sei venuto meno al tuo dovere, se è così che si dice”:
“Sono venuto meno al mio dovere, sì”.
“...”
“…”
“Era la tua grande occasione, avresti risolto il caso.”
“Era la mia grande occasione, sì”.
“E invece…”.
“Invece…”
“…”
“…”
“…”
“Ci stanno chiamando”
“Sicuro?”
“Si, l’usciere, laggiù, quello con il foglio in mano”.
“No, ti sbagli. Chiama qualcun altro”.
“Ma…”
“Fidati. Anzi, accompagnami a prendere un caffè al mare. Dammi giusto il tempo di liquidare Valeria…”
(fine)
“Ciao. Adesso il tuo avvocato ti da il permesso di sederti vicino a me?”
“Valeria è prima di tutto la mia migliore amica. In questa circostanza è anche il mio avvocato”.
“A me ha sempre ricordato un cane da caccia con quel suo modo di puntare il naso in avanti”.
“E’ sempre stata un po’ altezzosa, questo è vero. Ma è un’amica sincera”.
“Che non mi ha mai sopportato. Almeno dal giorno in cui ti ho sposato”.
“Sei ingiusto con lei”.
“Forse. Ma non è per questo che hai deciso di divorziare”.
“Ne abbiamo parlato abbastanza, non credi?”.
“Sì. Anche se io ancora non riesco a capire bene. Ma ormai siamo qui. Oggi è il gran giorno. Emozionata?”.
“Sì. Ed evidentemente anche tu, visto che oggi parli, dopo anni di mutismo”.
“Forse non avevo argomenti interessanti”.
“Già. Forse. O forse non trovavi interessante parlare con me”.
“Io ho sempre adorato ascoltarti”.
“Per questo mi lasciavi da sola nei miei interminabili monologhi? Tu mai che avessi qualcosa da dirmi, da raccontarmi. Mai qualcosa da condividere con me. Mai che mi parlassi di te, del tuo lavoro. Sì, lo so, il segreto di ufficio o come diavolo si chiama. Ogni volta che seguivi un caso avevi una faccia da funerale. Ti chiudevi come una tomba. Mi sembrava, ogni volta, di vivere con il colpevole di ogni delitto che vedevo al telegiornale o leggevo sui giornali”.
“Non alterarti che il cane da caccia ti sta puntando con il suo naso”.
“Stupido. Però è vero, anche a me ha sempre ricordato un cane che punta un osso, con quel modo strano con cui tiene alto il mento e muove la testa”.
“Ho sempre immaginato che quando vi incontravate, le mettevi il guinzaglio e la portavi a passeggiare nel parco. E, mentre tu ti sfogavi contro di me, lei faceva i bisogni nei cespugli”.
“Che idiota”.
“Però ti ho fatto ridere. Davvero non ti ho mai raccontato nulla del mio lavoro?”.
“Mai. Solo una volta, appena sposati, accennasti ad un’indagine. Avevi cominciato a raccontare poi, però, ad un certo momento, non mi dicesti più nulla, anche se io chiedevo ogni giorno. Tu, invece, muto. Evidentemente non mi ritenevi più degna. Ma, probabilmente, non ti ricorderai più”.
“Il caso del macellaio di via Corridoni. Ricordo benissimo”.
“Si. E’ vero. Mi avevi parlato di un macellaio. All’inizio mi raccontavi tutto. Io mi emozionavo ad ascoltare il tuo racconto. Ti aspettavo con ansia la sera per sapere quello che avevi scoperto. Ma chi era stato ucciso?”.
“Abbiamo tempo credo. Te lo posso raccontare con calma. Era in agosto, un’estate molto calda. Eravamo da poco rientrati dalla luna di miele e io avevo appena preso servizio in questa piccola città di provincia dove era stato assegnato e dove ti ho portato a vivere. Vice-dirigente della Squadra Mobile Sezione omicidi. Era il primo passo di quella che sognavo potesse essere la mia carriera. Aspettavo solo l’occasione per poter chiedere il passaggio al Servizio Centrale Operativo a Roma, il mio vero obiettivo. Mi serviva solo una possibilità. Quel giorno stavo in ufficio con Di Sabato che commentava ancora le partite del mondiale di calcio, quello di Spagna. Era felice della vittoria perché finalmente vedeva tante bandiere in giro. Era fissato con il calcio, il maresciallo Di Sabato, e pure con le bandiere. Aveva quella del Napoli attaccata dietro la sua scrivania. Aveva appena finito di rievocare la semifinale con la Polonia e stava per attaccare con il suo personale resoconto della partita con la Germania quando arrivò la telefonata. Il cadavere di un uomo era stato ritrovato nel suo appartamento, in via Eroi del Lavoro, proprio a due passi dalla questura. Era il primo caso importante che potevo gestire da solo, insomma la mia grande occasione. Potevo mettermi in luce, finalmente. Ero così eccitato che volevo andare a piedi, ma il maresciallo mi ha dirottato alla macchina di servizio. Arrivammo sul posto contemporaneamente all’ambulanza. Di corsa su, al terzo piano. Sul pianerottolo abbiamo trovata una donna, pallida come un cadavere, che tremava e non riusciva a parlare. Ci ha indicato la porta aperta. Nel salotto c’era il cadavere di un uomo, il fratello della donna”.
“Poveretta, era sotto choc”.
“Quando si è ripresa siamo riusciti ad interrogarla. Ci ha detto che era andata a trovare il fratello perché non lo sentiva da diversi giorni e si era preoccupata. Aveva avuto ragione a preoccuparsi perché era morto, una coltellata gli aveva spaccato il cuore”.
“Ma chi poteva essere stato secondo lei?”
“Non aveva sospetti. Suo fratello era la classica brava persona che non aveva nemici. Vita tranquilla, da scapolo”.
“Mi ricordo che la sera quando sei rientrato eri turbato”.
“Ero molto perplesso. La scena del delitto aveva qualcosa che non quadrava”.
“In che senso?”.
“Tutto l’appartamento era sottosopra come se qualcuno avesse cercato qualcosa nei vari cassetti”.
“Una rapina, allora”.
“Il cadavere era nel salotto a faccia in giù. Il coltello gli era penetrato quasi fino al manico perché cadendo ci era finito sopra ed aveva attraversato tutto il corpo. Non era un normale coltello, uno di quelli che si trovano comunemente dentro casa”.
“E che coltello era?”.
“Ricordo perfettamente i dettagli. Era un coltello con lama appuntita e leggermente ricurva verso l’alto. Una lama lunga, mi pare 22 centimetri. Il manico era in acciaio zigrinato. Non avevo mai visto un tipo di coltello del genere. Il cane da caccia ci sta osservando e sorride”.
“E’ contenta, lasciala sorridere. Cosa altro ti lasciava perplesso?”.
“La sorella aveva detto che aveva trovato la porta chiusa. Ma non a chiave dall’interno. Come se qualcuno, uscendo, l’avesse chiusa tirandosela dietro dal pomello esterno”.
“C’erano impronte digitali su quel pomello?”
“Solo quelle della sorella”.
“E basta?”
“Già. Qualcuno l’aveva pulito, dopo aver richiuso”.
"Il rapinatore, sicuramente”.
“C’era già stato qualche caso di ladri sorpresi in casa. Quando era accaduto, erano scappati immediatamente. Se c’era stata una colluttazione e ci scappava un ferito, o peggio un morto, il ladro scappava il più velocemente possibile, preso dal panico. Mica sono degli assassini dal sangue freddo che si mettono a far sparire le tracce. E poi, di solito, già portano i guanti, perché fermarsi a ripulire il pomello?”.
“Giusto. Allora non è stato un ladro di appartamenti, uno di quelli esperti almeno. E cosa avete fatto, allora?”
“Ci siamo concentrati sull’arma del delitto. Micheluzzi, quello della scientifica, te lo ricordi? Venne anche a pranzo a casa nostra. No? Non fa niente, Comunque Micheluzzi non aveva dubbi: era un coltello da macellaio del tipo francese. Un coltello di tipo professionale, insomma”.
“Ricordavo bene che c’entrava un macellaio, allora”.
“Già. Lì vicino, in via Marchiafava, c’era un macellaio. Avremmo cominciato a controllare quello. Andammo io stesso e Di Sabato a parlare con il macellaio. Fingendoci clienti, cominciammo a fare domande sui tipi di coltelli che usava. Mi sono fatto una cultura sui coltelli da disosso, coltelli per carne surgelata, mannaie, mannarette, coltelli colpo, coltello mezzo colpo e compagnia bella. Quando gli ho chiesto del tipo francese si è irrigidito e ha cambiato espressione. Ma lei chi è? Mi ha chiesto indicandomi con la punta del coltello. Quando gli ho mostrato i documenti è diventato ancora più nervoso. E mi ha mostrato che nel raccoglitore dei coltelli c’era uno spazio vuoto. Era incavolato nero, era convinto che qualcuno glielo avesse sottratto di nascosto. Aveva pensato uno scherzo o a un dispetto”.
“E mancava proprio uno del tipo dell’arma del delitto?”.
“Mancava proprio uno del tipo francese, come l’arma del delitto”.
“E sul coltello c’erano le impronte digitali del macellaio?”
“E sul coltello c’erano le impronte digitali del macellaio, certo”:
“Allora era stato lui!”
“Allora era stato lui ad usare quel coltello, certo. Ma non è altrettanto certo che lo abbia usato per uccidere il nostro uomo”.
“Ma non c’erano altre impronte sul coltello?”
“No, praticamente quelle riconoscibili erano solo quelle del macellaio. Ma questo l’avremmo scoperto in seguito quando lo avremmo ufficialmente accusato. Intanto dovevamo procedere con cautela. A quel punto i sospetti erano leciti. Per la notte del delitto inoltre il macellaio non aveva un alibi. All’inizio aveva detto di essere rimasto a casa quella sera, ma nessuno l’aveva visto rientrare. Poi si era corretto e aveva detto di essere andato a fare un giro in moto di notte, ma da solo e quindi nessuno poteva confermare. Niente alibi, quindi. Mancava solo il movente”.
“E che movente poteva avere ?”
“Si uccide sempre per gli stessi motivi: soldi o amore”.
“Per gelosia, vorrai dire. E questo delitto, fu un delitto per soldi o per gelosia?”.
“La vittima era un quarantenne, scapolo. Impiegato presso un ente statale per i contributi all’agricoltura. Il macellaio conosceva la vittima. Secondo le testimonianze raccolte frequentavano lo stesso bar, ma sembra che fosse una conoscenza superficiale, nessuno li ha mai visti seduti allo stesso tavolo. Qualche volta, negli ultimi tempi, l’impiegato era andato a fare compere nel negozio del macellaio.
“E il macellaio? Che tipo era?”
“Il macellaio pare fosse uno che piaceva alle donne e a cui piacevano le donne. Un tipo abbastanza atletico, un passato da giocatore di calcio delle serie semiprofessioniste. Scapolo anche lui, cambiava spesso partner senza grossi problemi. L’impiegato invece conduceva una vita ritirata. Nessuna donna nella sua vita. Due persone completamente diverse. Che interesse poteva avere il macellaio ad uccidere una persona così innocua per lui?”.
“Davvero un mistero, allora. Non siete riusciti a trovare alcun legame tra loro?”.
“Niente che li unisse almeno fino a quando la signora che abitava al piano di sotto dell’impiegato non ci confidò che lei aveva avuto l’impressione che anche quel signore, così grigio e anonimo, con una vita così regolare, aveva avuto un cambiamento negli ultimi tempi. Aveva comprato una macchina nuova, una Fiat 128 bianca, sorrideva più spesso ed era più profumato”:
“Aveva vinto al totocalcio?”.
“Qualcosa di più sconvolgente, secondo la signora del piano di sotto”.
“E cioè?”
“Si era innamorato”.
“E di chi?”
“Una vedova, una che abitava nello stesso isolato, nel palazzo dirimpetto al suo rispetto al cortile interno. Lei stava al quinto piano”.
“E si frequentavano?”
“Nessuno li ha mai visti insieme, ma da qualche testimonianza, oltre alla signora del piano di sotto, anche il carrozziere di fronte al bar, la fioraia e altri ancora, avevano notato che l’impiegato cambiava espressione ogni volta che vedeva la vedova e la salutava con grandi sorrisi”.
“E lei ricambiava?”.
“Sempre secondo i testimoni, lei se ne accorgeva appena di lui. Ricambiava il saluto e basta. Quando l’abbiamo interrogata, ci ha confermato che lo conosceva di vista, ma non sapeva neanche il suo nome”.
“E il nome del macellaio?”
“Brava. Quello lo conosceva benissimo. Infatti, uscivano insieme. Lui la passava a prendere e la portava in giro con la moto”.
“Ma questo non spiega il motivo per cui il macellaio poteva avercela con l’impiegato, semmai il contrario!”.
“Appunto! La gelosia è un motivo sufficiente per desiderare la morte di qualcuno, abbiamo tanta letteratura a documentarlo. Ma, come hai giustamente notato, è il geloso che è rimasto ucciso non il rivale”.
“E allora?”
“E allora l’ipotesi, che abbiamo formulato e che chiudeva il cerchio, era che il macellaio la sera del delitto andò a casa dell’impiegato, attirato da quest’ultimo. Quindi l’impiegato avrebbe minacciato o addirittura aggredito il macellaio. Allora quello lo abbia ucciso per difesa”.
“E come l’avrebbe attirato?”
“Quello ha poca importanza. Poteva inventare mille scuse. Qualcosa di importante da dirgli o da proporgli, magari aveva predisposto un agguato finito male. Il macellaio era molto più prestante e l’avrebbe sopraffatto”.
“Sembra plausibile”
“E, infatti, dopo aver appurato che sul coltello ci fossero solo le impronte del macellaio, abbiamo provveduto al fermo. Tutti soddisfatti, sembrava che il caso fosse chiuso rapidamente. Il macellaio avrebbe certo confessato. Aveva ucciso per legittima difesa”.
“E invece?”.
“E invece, quello non confessava. Si ostinava a dire che era andato a fare un giro di notte e che neanche lo conosceva quel tipo”.
“Io ero convito della sua colpevolezza. E anche Di Sabato. I colleghi già mi facevano i complimenti per la mia capacità investigativa e si dimostravno conviti che quello sarebbe stato il primo passo di una brillante carriera. Aspettavamo solo l’inevitabile confessione. Quello si ostinava a negare”.
“E alla fine ha confessato?”
“E alla fine, come nei migliori gialli cinematografici, ci fu un colpo di scena. Il macellaio aveva un alibi di ferro”.
“E chi glielo ha fornito?”
“I carabinieri”:
“Come? Mi prendi in giro?”
“Al momento del delitto il macellaio stava incontrando di notte dei contrabbandieri di droga. E’ tutto registrato dai carabinieri che, infatti, sono venuti a prelevarlo il giorno dopo. E, pure, piuttosto incazzati che con la nostra inchiesta gli avevamo mandato a monte mesi e mesi di appostamenti”.
“Incredibile! E’ il delitto rimane insoluto?”
“E’rimasto ufficialmente un delitto insoluto.”.
“Ufficialmente, dici. Quindi tu avevi un’idea di come si siano svolti realmente i fatti?”.
“Sì, ma era solo una mia idea”.
“Voglio saperla”.
“Vuoi?”
“Vorrei. Ti prego”.
“Spero tu non mi prenda per pazzo. Dopo il colpo di scena tornai sulla scena del delitto. Volevo riverificare tutto. Se avevo tralasciato qualche dettaglio importante. Mentre giravo per casa, andai a vedere nella libreria se c’era qualche libro particolare che mi desse qualche informazione in più sulla personalità della vittima.”
“Hai trovato qualcosa di interessante?”.
“Notai due libri: un giallo di Simenon, "Il defunto signor Gallet" e, accanto, una biografia di Borromini”.
“E’ che hanno di particolare?”
“Il giallo di Simenon lo avevo letto anche io: è un’inchiesta di Maigret su un delitto che alla fine si scopre essere un suicidio.”
“Davvero?”
“Inoltre, secondo la tradizione, Borromini si è suicidato lasciandosi cadere su una spada”.
“E l’impiegato ha fatto alla stessa maniera?”.
“Sì”.
“Ma come avrebbe fatto a non lasciare impronte sul coltello? Aveva dei guanti quando l’avete trovato?”
“il suo problema era tenere il coltello in verticale per lasciarsi cadere sopra a peso morto. Per farlo, aveva incastrato il manico in un blocco di ghiaccio. Poi con il coraggio della disperazione di un amante disilluso si è lasciato cadere sulla lama spaccandosi il cuore. Il caldo estivo poi avrebbe fatto il resto, il ghiaccio si sarebbe sciolto, tutti, trovandolo steso a terra con un coltello nel petto, avrebbero pensato ad un omicidio. Il coltello, chiaramente, lo aveva rubato nel negozio del macellaio nelle occasioni in cui si recava a fare spesa, di solito verso l’ora di chiusura. Così le impronte digitali avrebbero accusato quello che per lui era il suo rivale in amore. Un nemico imbattibile per lui, altrimenti”.
“Hai trovato conferme al blocco di ghiaccio?”
“Sì, ho appurato dove avrebbe potuto facilmente prenderlo”.
“Quindi sei sicuro della tua ipotesi?”:
“Già”.
“E non l’hai mai detta?”
“No”.
“A nessuno?”
“E perché?”
“Perché per quanto folle, assurdo, e colpevole era un gesto d’amore, per quanto l’amore può essere folle, assurdo e colpevole. A che serviva sporcarlo con una verità giudiziaria?”.
“…”
“…”
“Sei venuto meno al tuo dovere, se è così che si dice”:
“Sono venuto meno al mio dovere, sì”.
“...”
“…”
“Era la tua grande occasione, avresti risolto il caso.”
“Era la mia grande occasione, sì”.
“E invece…”.
“Invece…”
“…”
“…”
“…”
“Ci stanno chiamando”
“Sicuro?”
“Si, l’usciere, laggiù, quello con il foglio in mano”.
“No, ti sbagli. Chiama qualcun altro”.
“Ma…”
“Fidati. Anzi, accompagnami a prendere un caffè al mare. Dammi giusto il tempo di liquidare Valeria…”
(fine)
domenica 21 febbraio 2010
IL SOGNO
Cammina davanti a me lentamente e io la seguo a poca distanza. Si ferma e si volta a guardarmi. Pochi istanti di riflessione poi viene verso di me con gli occhi fissi sui miei. Si ferma davanti al mio viso, quasi le punte dei nasi si sfiorano. Pochi istanti ancora e mi gira intorno, si pone alle mie spalle e mi sussurra «Chiudi gli occhi».
Poi sento che mi prende le mani, mi fa allargare le braccia, prende un respiro infinito e ci alziamo in volo. La sensazione è talmente forte che mi toglie il respiro e ho paura di aprire gli occhi. Poi lo faccio e vedo. Voliamo insieme, sovrapposti lei sopra di me sento la proiezione del suo corpo sul mio. Forse è più giusto dire che lei mi trasporta in volo anche se non mi tocca. Come se mi avesse inglobato nella sua aura.
Dall’alto vedo la città delinearsi nei suoi cerchi concentrici originali violentata da tracciati più recenti che non hanno saputo rispettarne l’antico disegno. Ci abbassiamo nel nostro volo gemellato e percorriamo i canali costituiti dalle facciate degli edifici. Non esistono altri esseri umani, anche se noi in questo momento non possiamo considerarci tali. Planiamo nella piazza centrale fino sull’acqua della fontana e sento crescere un senso di grave malinconia in lei. Poi, quasi con uno strappo, mi riporta in quota. Voliamo sulla campagna irreggimentata dai canali e dalle scoline, verso il mare, e seguendo la teoria dei laghi costieri, fino ad un’altra città appoggiata su uno dei laghi. La città è situata verso l’interno e per raggiungere il mare è costretta a scavalcare il lago con un lungo ponte in cemento. Con un lento volo radente percorriamo quest’altra città, anch’essa priva di vita, poi il ponte con un’accelerazione che mi impedisce il respiro, fino alla duna per poi impennarci in un volo verticale che mi stordisce.
Mi ritrovo solo in volo, dentro una nuvola. Mi sento perduto, riesco a gestire il mio volo ma non so dove andare. Il respiro bloccato in gola, volgo lo sguardo in ogni direzione ma non vedo nulla.
Perso nelle spire nebbiose, vedo improvvisamente davanti a me una roccia e mi abbraccio a lei come un naufrago tra le onde si aggrapperebbe ad un relitto galleggiante. Aderisco completamente con tutto il mio corpo a quel tanto bramato appiglio mentre ansimo cercando di recuperare me stesso e la mia serenità. Quando sento che il mio cuore ha ricominciato a pulsare ad una velocità normale apro gli occhi cercando di capire dove sono. Le brume si allargano lentamente rivelandomi che sono aggrappato alla cima di un promontorio e davanti a me si allunga una terra verdeggiante la cui parte più lontana è ancora avvolta dalle nebbie. Comincio a scendere dalla cima, più vado verso il basso e più le rocce sono mischiate a morbida terra in cui il mio piede affonda. Avvicino il mio volto a quelle zolle e mi accorgo che quelli che credevo arbusti sono in realtà alberi in miniatura e in mezzo a loro ogni tanto una minuscola casetta grande come la mia mano. Più scendo verso valle e più gli alberi si ingrandiscono e così tutto il resto fino a che, quando sono alle pendici del monte, la casa che mi si para davanti e grande a sufficienza perché io possa entrarci. Una casa di campagna, con il tetto di paglia, come quelle del nord Europa.
La porta è aperta. Entro, sento le voci. Le seguo. Entro nella stanza dove molte persone stanno festeggiando qualcosa e non badano a me. Mi sento sollevato e cerco acqua da bere. Una mano si allunga verso di me con un bicchiere pieno, fresco ed invitante. Mi giro. E’ lei.
Poi sento che mi prende le mani, mi fa allargare le braccia, prende un respiro infinito e ci alziamo in volo. La sensazione è talmente forte che mi toglie il respiro e ho paura di aprire gli occhi. Poi lo faccio e vedo. Voliamo insieme, sovrapposti lei sopra di me sento la proiezione del suo corpo sul mio. Forse è più giusto dire che lei mi trasporta in volo anche se non mi tocca. Come se mi avesse inglobato nella sua aura.
Dall’alto vedo la città delinearsi nei suoi cerchi concentrici originali violentata da tracciati più recenti che non hanno saputo rispettarne l’antico disegno. Ci abbassiamo nel nostro volo gemellato e percorriamo i canali costituiti dalle facciate degli edifici. Non esistono altri esseri umani, anche se noi in questo momento non possiamo considerarci tali. Planiamo nella piazza centrale fino sull’acqua della fontana e sento crescere un senso di grave malinconia in lei. Poi, quasi con uno strappo, mi riporta in quota. Voliamo sulla campagna irreggimentata dai canali e dalle scoline, verso il mare, e seguendo la teoria dei laghi costieri, fino ad un’altra città appoggiata su uno dei laghi. La città è situata verso l’interno e per raggiungere il mare è costretta a scavalcare il lago con un lungo ponte in cemento. Con un lento volo radente percorriamo quest’altra città, anch’essa priva di vita, poi il ponte con un’accelerazione che mi impedisce il respiro, fino alla duna per poi impennarci in un volo verticale che mi stordisce.
Mi ritrovo solo in volo, dentro una nuvola. Mi sento perduto, riesco a gestire il mio volo ma non so dove andare. Il respiro bloccato in gola, volgo lo sguardo in ogni direzione ma non vedo nulla.
Perso nelle spire nebbiose, vedo improvvisamente davanti a me una roccia e mi abbraccio a lei come un naufrago tra le onde si aggrapperebbe ad un relitto galleggiante. Aderisco completamente con tutto il mio corpo a quel tanto bramato appiglio mentre ansimo cercando di recuperare me stesso e la mia serenità. Quando sento che il mio cuore ha ricominciato a pulsare ad una velocità normale apro gli occhi cercando di capire dove sono. Le brume si allargano lentamente rivelandomi che sono aggrappato alla cima di un promontorio e davanti a me si allunga una terra verdeggiante la cui parte più lontana è ancora avvolta dalle nebbie. Comincio a scendere dalla cima, più vado verso il basso e più le rocce sono mischiate a morbida terra in cui il mio piede affonda. Avvicino il mio volto a quelle zolle e mi accorgo che quelli che credevo arbusti sono in realtà alberi in miniatura e in mezzo a loro ogni tanto una minuscola casetta grande come la mia mano. Più scendo verso valle e più gli alberi si ingrandiscono e così tutto il resto fino a che, quando sono alle pendici del monte, la casa che mi si para davanti e grande a sufficienza perché io possa entrarci. Una casa di campagna, con il tetto di paglia, come quelle del nord Europa.
La porta è aperta. Entro, sento le voci. Le seguo. Entro nella stanza dove molte persone stanno festeggiando qualcosa e non badano a me. Mi sento sollevato e cerco acqua da bere. Una mano si allunga verso di me con un bicchiere pieno, fresco ed invitante. Mi giro. E’ lei.
venerdì 12 febbraio 2010
QUESTI UOMINI
«Continui a toccarti l’occhio, ma ti fa ancora male?»«Solo quando cambia il tempo. Ma devo confessarti che quello che mi brucia di più è l’orgoglio ferito. »
«Pensi sempre a lui, vero?»
«Si, sempre. Come ho fatto a credergli? Non riesco a perdonarmelo. Se ripenso alla figura che ho fatto, mi sento l’emblema della stupidità. »
«Non pensarci, capita a volte di dare fiducia a chi proprio non se lo merita.»
«E come faccio a non pensarci? La nostra storia ha fatto il giro del mondo. Tutti la conosco e ridono della mia ingenuità.»
«Se e’ per questo anche la mia storia con quell’altro la conoscono tutti.»
«Si, ma tu ne esci bene. »
«Non ne ho mica la certezza assoluta, sai. »
«Meglio di me sicuramente, alla fine la tua vittoria è inequivocabile.»
«Vittoria inequivocabile dici, vorrei averne la sicurezza. Non ho avuto quella sensazione quando la nostra storia è finita. All’inizio mi sono sentita così sollevata. Quell’uomo era davvero esasperante. Ossessionato da me. Mi ha inseguito dappertutto. Le altre non le guardava proprio. Voleva solo me. Davvero, non ce la facevo più.»
«Questi uomini, questi piccoli uomini. »
«Piccoli uomini, si. Quando ti si avvicinano sembrano esseri trascurabili, senza importanza e invece riescono a condizionarti la vita. Non riesci a sottrarti a loro facilmente. »
«A volte riescono anche a rovinartela la vita come nel mio caso. Quello che ho incontrato io non dovevo proprio sottovalutarlo. Eppure mi sembrava piccolo, indifeso, alla mia mercé, così come tutti gli altri. Mi piaceva sentirlo parlare, mi piaceva sentire come si aggrappava alle parole. Ognuna che pronunciava per lui era un attimo in più di vita che guadagnava. Lui lo sapeva e le sapeva usare. Con quelle sue belle parole mi ha raggirato. Avrei dovuto schiacciarlo subito, come ho fatto con tutti gli altri. »
«E’ vero quello che dici. All’inizio questi piccoli uomini sembrano quasi indifesi. Le prime volte, quando li vedevo avvicinarsi a me, cosi minuscoli da sembrarmi inermi, provavo quasi imbarazzo per loro. Poi, sentendo le prime punzecchiature, ho cominciato a rivoltarmi infastidita e li gettavo via senza badare loro più di tanto. Ma ho dovuto imparare subito a non sottovalutarli. Se li lasciavo fare mi avrebbero mangiato viva. »
«Ti confesso che ero io che li divoravo. A volte mi sembrava di essere un mostro senza cuore ma quando ho fatto i conti con la crudeltà di quell’uomo, è stato facile rendermi conto che la mia mostruosità era controbilanciata dalla sua capacità di essere spietato e cinico. Accecarmi così, mentre dormivo è stato oltretutto vile, un atto da vero codardo. Ma quello che più m’ha offeso è stato prendersi gioco di me, mentirmi e farmi fare una figura da imbecille anche con la mia famiglia. Quante bugie mi ha raccontato. Io pensavo di essere crudele, in realtà i miei erano giochi da bambini confronto alle innumerevoli sofferenze che mi ha inflitto.»
«Anche io sono stata dipinta come un mostro inumano, feroce e assassino, come se fossi stata io ad andare a cercarlo. Ma tutti, proprio tutti, sanno che era lui che mi inseguiva, non mi lasciava in pace, studiava i miei percorsi per darmi la caccia. La sua fine se l’è voluta lui, l’ha desiderata, l’ha invocata. Aggrappato a me fino all’ultimo istante, se avesse potuto mi avrebbe strangolato. Sono sicuro che fosse proprio la morte che desiderava, legato a me per l’eternità a ricordarmi quanto mi aveva desiderato e quanto aveva sofferto per me.»
«E’ stata la sua pazzia, la sua ossessione a causare la sua morte. Tu non hai nessuna colpa, anzi ne esci vincente alla fine. Invece nella mia storia sono io lo sconfitto. »
«Che senso ha chi ha vinto e chi ha perso ormai, Polifemo? Tutto passa, il tempo scorre, sia per noi mostri che per loro, i piccoli uomini che hanno incrociato il loro destino con il nostro. E anche io devo confessarti che, adesso che non c’è più, a volte quando sono immersa nelle profondità dell’oceano, sento la sua mancanza e istintivamente salgo in superficie con l’inconfessata speranza di vedere ancora una volta le vele del Pequod. Scruto l’orizzonte tutto intorno. Poi spruzzo in aria tutta la mia solitaria delusione e mi immergo di nuovo. Beviamoci su. Alla salute.»
«Alla salute, Moby. »
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