lunedì 14 luglio 2014
venerdì 27 giugno 2014
lunedì 28 aprile 2014
venerdì 7 marzo 2014
GRIGIO
GRIGIO
di Laura De Angelis e Bruno Di Marco
Grigio.
Come il cemento su cui poggia questa sedia.
Traballante sotto le mie ossa
stanche.
Che ne sanno loro?
Che ne sanno della mia vita?
Per loro sono Gina, anzi Gina la lagna, una
vecchia rompiscatole.
Mica lo sanno che sono stata giovane come
loro.
Piena di gioia di vivere come loro. Più di
loro.
Che ne sanno dei miei amori?
Di quanti mi guardavano col vestito della
festa davanti alla chiesa?
Non sanno nulla loro.
Vedono solo questo corpo lungo e ossuto
come una poesia triste.
Credono sia nata così.
Grigio.
Come la veste larga sul corpo che scompare sotto le pieghe sciatte. Troppe,
per ricordare l'armonia dei movimenti.
Che ne sanno degli anni della scuola, solo
le elementari, sei una femmina, solo leggere e scrivere, che altro ti serve?
Che ne sanno di quanto avrei voluto studiare?
Ma ero solo una femmina.
Che ne sanno di quando sono scappata di
casa per andare a lavorare in tabaccheria?
Ho pure mentito sulla mia età.
Grigio.
Come i miei capelli di Menade sconfitta. Negli spigoli scarnificati dal
tempo della mia vita. In un deserto di
cose abbandonate.
Non sanno nulla della guerra, nulla di
quando in bicicletta portavo cibo e munizioni a Mario e gli altri.
E le stupidaggini da raccontare ai fascisti
quando mi fermavano.
Che ne sanno della fame dopo la guerra,
Mario invalido, i figli piccoli e inventarsi il lavoro per sfamarli.
Non sanno niente.
E degli scioperi, dei picchetti, delle
camionette della polizia che giravano intorno a noi e i celerini che menavano
manganellate.
Niente della morte di Mario.
Del figlio coinvolto nella lotta armata e
ora all’ergastolo.
Della figlia emigrata all’estero che mi
incolpa del disastro familiare.
Grigio.
Come i ricordi sbiaditi dal tempo.
Persi nel disordine della mia mente. Lontana. E' lontano il luogo del
dolore.
Che ne sanno della solitudine?
Nulla.
Non sanno nulla .
Conoscono solo Gina la lagna.
Questa vecchia che sa solo lamentarsi di
tutto e di tutti.
Una che risparmia su tutto, chissà che ci
deve fare con i soldi, ‘sta tirchiaccia.
E che ci devo fare?
Nulla.
Se non l’ultima cosa possibile sulla terra:
un funerale.
Tutti i soldi messi da parte per avere un
funerale bello.
La bara, i fiori e pure la banda.
Così tutti si sarebbero ricordati di Gina,
quella vecchiaccia che quando è morta ha avuto un funerale degno di un
presidente della repubblica.
Sì, sarebbe stato uno spettacolo.
E invece.
La figlia del vicino che si ammala.
Proprio lei, una della più accanite nel
deridermi. Lei e tutte le sue amiche.
Servono soldi.
Tanti.
Quanto ho risparmiato per il mio funerale.
Sancta mater, istud agas crucifixi fige plagas cordi meo valide.
Un funerale.
In fondo a che mi serve.
Sarò morta quel giorno.
Allora busso alla porta, mi fanno entrare
con una faccia…
Io non dico nulla, mi avvicino al tavolo e
vi rovescio il contenuto del mio zinale.
Mi guardano con gli occhi sbarrati.
Mi giro e me ne vado.
L’intervento è andata bene.
Ora mi salutano.
Buongiorno, buonasera.
E mi chiamano signora.
Ma continuano a non sapere nulla di me.
No, non sanno proprio nulla di Gina.
Gina la lagna.
Grigio.
Come la solitudine umana.
Specchio di me.
Seduta, ora, su questa sedia traballante sotto le mie ossa stanche.
Grigio. Come il cemento su cui poggia questa sedia. Traballante sotto le
mie ossa stanche.
Grigio. Come i ricordi sbiaditi dal tempo. Persi nel disordine della mia
mente. Lontana. E' lontano il luogo del dolore.
Grigio. Come la veste larga sul corpo che scompare sotto le pieghe sciatte.
Troppe, per ricordare l'armonia dei movimenti.
Grigio. Come i miei capelli di Menade sconfitta. Negli spigoli scarnificati
dal tempo della mia vita. In un deserto
di cose abbandonate.
Grigio. Come la solitudine umana. Specchio di me. Seduta, ora, su questa
sedia traballante sotto le mie ossa stanche.
Sancta mater, istud agas crucifixi fige plagas cordi meo valide.
(Santa Madre, fai questo: imprimi le piaghe del tuo Figlio crocifisso
fortemente nel mio cuore – da Stabat Mater)
domenica 6 ottobre 2013
ARCHITETTURA E GEOMETRIE NON EUCLIDEE
1 - DALLO SPAZIO “ORGANICO” DELLE
ORIGINI ALLO SPAZIO GEOMETRIZZATO DELLE CIVILTÀ URBANE
Le recenti esperienze dell’architettura
contemporanea, sottraendosi al rigido controllo delle matrici della geometria classica,
aspirano ad avvicinarsi al fascino della casualità riscontrabile in natura.
La naturalità dello spazio non euclideo
rimanda alle prime esperienze dell'uomo sia come individuo (il grembo materno)
che come specie (gli anfratti naturali).
Bruno Zevi, nel suo testo Controstoria dell’architettura in Italia.
Preistoria - Alto Medioevo , scrive:
…prima di individuare quanto c’è nelle caverne, notiamo
quello che manca. E’ assente tutto ciò che di negativo è stato accumulato
nell’architettura nei secoli posteriori. Paradossalmente si potrebbe affermare
che, sotto il profilo linguistico, l’uomo moderno, in modo consapevole o
inconscio, aspira a tornare all’esperienza cavernicola…
Zevi spiega che gli elementi tipici che
lui stesso individua in alcune opere di architettura contemporanea (continuità
spaziale dello spazio interno, rapporto interno-esterno e abolizione della
facciata, luce sempre variata e non omologata, variazione degli spessori e continuità
con il terreno su cui sorge) sono tutti presenti in queste prime abitazioni. Tali
valori sostanzialmente rimangono rispettati nelle abitazioni artificiali
preistoriche: dalle capanne alle stazioni palafitticole alle strutture
abitative dei nomadi, alle case-grotte di Matera, ai villaggi nuragici.
Con la nascita delle grandi civiltà urbane, lo spazio
artificiale è realizzato secondo le regole della geometria euclidea. Scrive
ancora Zevi nel volume già citato:
…il morbo geometrizzante conculcherà tali valori disseccando
il discorso in parallelepipedi, sicché i messaggi materici, i coinvolgimenti
sensoriali, tattili, termici e olfattivi, ne risulteranno attutiti o
anchilosati (...) Con l’inizio della storia impera la tipologia…
La scelta di organizzare lo spazio artificiale secondo le
regole della geometria euclidea ha ragioni economiche (praticità) e ragioni
simboliche (gerarchia). I grandi insediamenti del periodo storico hanno
dimensioni superiori ai villaggi preistorici. L’organizzazione dello spazio
urbano (dallo schema ippodameo al castrum romano) sfrutta l’ortogonalità,
che consente un controllo quantitativo sulle superfici. Lo spazio rettificato si ripercuote anche
all’interno dell’edificio generando una concezione razionalizzata che organizza
i “parallelepipedi” da abitare distinguendo le parti in base alla funzione:
pavimento, soffitto, pareti-facciate. La parete-facciata oltre alla mediazione
interno-esterno provvede a comunicare messaggi legati alla funzione
dell’edificio. L’edificio di rappresentanza del governante ha una facciata
diversa da edifici produttivi, edifici per spettacoli, edifici da abitazione: la
facciata comunica quindi la gerarchia. E’ fondamentale che la gerarchia sia
facilmente leggibile. Da qui la prevalenza di architetture che, all’esterno e
all’interno, siano strutturate su geometrie inequivocabili e, a volte,
l’edificio simbolo è una forma geometrica pura (Piramide).
(continua)
giovedì 29 agosto 2013
Esplorazione tecnico-poetica del territorio
Il gusto del lavoro, minuzioso,
lento, attento, intenso riempie le opere di Marcello Trabucco. Il tocco
dell’artista è sedimentato nelle tracce dei gesti che riempiono queste
incisioni, donando all’osservatore la percezione dell’attività stratificata in
lunghe sedute di concentrata ispirazione.
Le composizioni fondono i due
aspetti, tecnico e poetico, come appunti mentali di un ipotetico viaggiatore,
dotato del bagaglio di conoscenze dell’architetto e del senso artistico del
pittore innamorato delle vibrazioni cromatiche delle sue composizioni.
La sensibilità del viaggiatore romantico
e colto, infatti, si esprime in questi miraggi mentali che coniugano la
freddezza tecnica delle planimetrie misurabili con la suggestione delle mura
diroccate, cariche di antiche glorie e di irriverente vegetazione, che rimandano
alle visioni ottocentesche care a Ruskin.
Il dettaglio naturale e il
dettaglio architettonico godono della stessa attenzione, intensa e appassionata:
il paesaggio è evento umano compreso nell’evento universale della natura.
La delicatezza del tratteggio che
rende il passaggio luminoso del chiaroscuro di una colonna e del sovrastante
capitello, finemente descritti, è la stessa con cui vengono resi gli intrecci ombrosi
delle forme vegetali.
A volte, come nel caso
dell’incisione dedicata ai “Ruderi della chiesa di s. Prudenziana a Sermoneta”,
l’elemento vegetale diventa il vero protagonista. L’immagine dell’ulivo prende
il sopravvento sulle antiche vestigia non solo per la posizione centrale, ma soprattutto
per la cura e l’attenzione nel definirne i dettagli.
Il rudere, residuo di un manufatto
artificiale che esprimeva il dominio umano sull’ambiente naturale circostante, diventa
uno degli elementi del paesaggio. Il rudere è il fantasma del passato glorioso,
ma è soprattutto parte del contesto, non più dominante ma dominato. Sic transit gloria mundi. La memoria,
però, rimane grazie all’evocazione contenuta nelle incisioni dell’artista.
martedì 9 luglio 2013
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