lunedì 4 maggio 2009

NEMESI ATIPICA (the director's cut) - parte 1

PRIMO SOLILOQUIO INTRODUTTIVO
“…allegare curriculum vitae…cazzo! Il curriculum. Sta storia del curriculum mi da ai nervi. che ci scrivo? Il sottoscritto,nato a,il,percorso scolastico, liceo,università, i corsi di specializzazione,master,le pubblicazioni e fino a qui bene, anzi benissimo. Ma esperienze lavorative che ci scrivo? Che sono sette anni che, a parte stage di formazione professionali pagati profumatamente dal sottoscritto, ho fatto solo lavori a tempo determinato al massimo di tre mesi? Che sono iscritto a tutte le agenzie di lavoro interinale del mondo? Che sono quasi tre mesi che faccio il magazziniere qua dentro agli ordini di quel cafone ignorante del capomagazziniere, con un collega mentalmente handicappato che mi piglia costantemente per il culo e la segretaria bonazza che non mi degna di uno sguardo?
Ma guardali ‘sti tre stronzi .io che approfitto della pausa per cercare un nuovo lavoro e loro che fanno comunella alla faccia mia. Il capomagazziniere, ‘sto pennellone semicalvo con l’helicobatter pilori incancrenito, crede di essere chissà chi solo perché può angariare me e quel tonto di Mario che neanche lo capisce. Ma soprattutto fa il galletto con la segretaria e quella ride come un’idiota per quei complimenti da bar che le rivolge. Almeno fossero frasi originali e non quelle che ricicla dagli amici del bar dove va ogni mercoledì sera. Quelle poche volte che riesco a rivolgerle la parola io mi sforzo di farle omaggio di frasi galanti originali piene di citazioni colte e quella mi guarda come se avessi scoreggiato e fa la faccia storta. E lo scemo ride. E mi piglia per il culo.
Mi trattano come fossi un essere inferiore
Li odio. Li odio tutti. Come odio sta società malata che premia i peggiori metendoli ai posti di comando e quelli come me invece a sbattersi per mettere insieme il pranzo con la cena. Lo studente brillante che ero e che non ha accettato di piegarsi a chiedere favori a squallidi personaggi capaci solo di far carriere leccando il culo al potente di turno può andare a testa alta. Questo si, testa alta. Anche perché sto nella merda e quindi è meglio che la testa la tengo fuori.
Basta però! basta accettare passivamente e basta. Tu, società mi dichiari guerra. E guerra sia. La mente brillante dello studente che ero ristabilirà la giusta gerarchia. Vedremo chi è inferiore. Come vendicarmi lo so già. Ho visto tutti i films sui serialkiller e ho letto tutto sherlockholmes. Concepirò delitti perfetti.
Sceglierò le mie vittime. Sarò giudice e arbitro del loro destino. Desidererò quando la loro squallida, misera vita di lacchè el sistema avrà fine. SI! Sarò l’angelo della vendetta.
E so già quale sarà il primo ad essere punito”


SOLILOQUIO PRIMO TENTATIVO
Tentativo uno: il capomagazziniere
“Ho studiato tutto: il percorso, i movimenti i tempi. Il capomagazziniere va al bar”ciccio” tutti i mercoledì sera alle 10. gioca a carte con i soliti tre, fa le solite battute, solite considerazioni sulle mignotte, tutti gli altri per quelle dell’est, lui per quelle di colore, birra e gazzosa, come beveva il nonno, dice lui. Poi a secondo di quanto ha perso torna casa in un orario che varia dalle 1,30 alle 2,30. rispetto al percorso diretto fa la solita deviazione per vedere le mignotte , che secondo me non ha mai avuto il coraggio di frequentare, nonostante le chiacchiere. E comunque passa vicino questo portone che è il punto ideale. E anche questa notte invernale è ideale: la nebbia intensa mi permetterà di avvicinarmi senza che se ne accorga,. Poi un colpo perfetto con il cric alla base del collo, come nelle prove che ho fatto con il manichino dell’Upim, ed è fatta, secco! Certo che forse appostarmi qui a mezzanotte è un po’ presto ma non voglio lasciare niente al caso. Ripassare il piano allora una volta fatto secco bisogna far sparire il corpo. Così la polizia penserà che è scappato all’estero . eh me l’ha detto Mario che secondo lui il capomagazziniere si frega i soldi dalla cassa d’accordo son la segretaria. Vai a vede’ so’ pure amanti sti due stronzi! Certo che il freddo stasera non scherza! Sto pure un po’ leggero. E vabbè mica mi potevo imbacuccare. Devo essere sciolto nei movimenti, leggero e letale come diceva quel giornaletto coi ninja . certo cazzo che l’umidità di penetra nelle ossa, mi verranno i reumatismi, ci sarà la mutua per i serialkiller? Vabbè che so’ ancora aspirante serialkiller, nel senso che devo ancora comincia. Stasera è il debutto! Ci vuole un po’ di training autogeno …dai sono l’angelo vendicatore… O l’angelo sterminatore. …Vabbè l’angelo della morte. Porta la punizione divina. Cazzo! Non ho pensato a qualche frase ad effetto da dirgli prima di colpirlo che so: è l’ora per te, bastardo! No così pare un western , allora : hai finito di angariare i lavoratori per dare sfogo alla tua frustrazione! Troppo lungo, non sto ancora a metà che quello se ne scappato a casa. O dalla polizia. …Oppure capace che mi mena direttamente che è pure più grosso di me. ..No,no meno subito e bene… Solo che sto freddo… mi sta congelando,… il braccio è tutto intorpidito…e non sento più i piedi,….magari provo a muoverli un po’,.. poco però che magari arriva adesso … e mi sente…. faccio pure fatica …a tenere gli occhi aperti….sta nebbia è terribile non si vede niente… È tutto bianco …..lattiginoso….sembra che lo sguardo….. ci galleggi dentro…mi fanno male gli occhi…quasi quasi li chiudo… solo un momento…l’angelo sterminatore con.. gli occhi chiusi……e porto …la ………”


PRIMO PRONTO SOCCORSO
“Ti sei svegliato, finalmente”
“…dove..”
“Pronto soccorso. Non ti muovere. Hai una coperta termica addosso e sei attaccato ad un monitor cardiaco.”
“…eh…”
“ora devo praticarti delle flebo “calde”
“Ahi”
“Fermo! Lo so che ti fanno male, servono a ristabilire la temperatura normale,e quindi te le devo applicare ma lo so che fanno un po’ male”
“..che è successo ?”
“ti hanno portato qui stamattina verso le quattro, semiassiderato. Ti ha trovato uno che ha detto che ti conosce, che lavora con te, il tuo capo mi pare.”
“…il capo? …il capomagazziniere!!!”
“appunto ha detto che stava rientrando a casa verso le 3,30 del mattino è ti ha trovato per terra svenuto con il cric in mano”
“il cric?”
“si, ma non ti preoccupare, ha detto che andava a vedere lui dove sta la tua macchina e a far cambiare la gomma a terra. Che fai piangi? Te l’ho detto che queste fiale fanno un po’ male”
“ma, dottoressa, quante ne devo fare?”
“potrebbero bastare, ma ne faccio ancora qualcuna perché voglio essere sicura che facciano effetto.”
“ma…”
“ora zitto! E poi io sono infermiera”

venerdì 1 maggio 2009

ALLA LUCE DEL SOLE

Cena da Claudia.
Lei partecipa controvoglia.
I due uomini non sono particolarmente interessanti.
Uno parla solo del suo lavoro, l’altro è volgare, completo di catena d’oro al collo e occhiali da sole sulla testa anche a tavola.
E’ lui che invece del caffé propone altro e, esperto, prepara le strisce bianche.
L’eccitazione sale.
Claudia danza e, come da copione, sale sul tavolo cominciando a spogliarsi.
Lei non partecipa.
Quello con gli occhiali in testa la incalza con frasi originali: “non sai lasciarti andare, sei troppo rigida ecc. ”
Lei reagisce e gli vomita addossa una valanga di parole: ”non ho bisogno di niente per lasciarmi andare, lo faccio quando decido io ecc.”
Irritata con se stessa perché colpita da quelle provocazioni idiote sale sul tavolo e comincia a ballare. Claudia, rimasta in reggiseno, perizoma e autoreggenti di ordinanza, le si avvicina strusciandole il seno ora su un braccio ora sull’altro.
La lascia fare quando le sbottona la camicetta e poi le sfila la gonna.
Seminude si guardano dondolando lente e ipnotiche.
Claudia allunga le braccia, le sfiora le spalle, la fa girare e fa per slacciarle il reggiseno.

... (continua) ...

giovedì 30 aprile 2009

RICORDO SOPITO





Spengo la luce, sto per alzarmi dal tavolo di lavoro quando un ricordo mi affiora alla mente improvviso, netto.


Rimango seduto e rivivo la scena.


Esattamente venti anni fa un tipo strano volle a parlarmi di una visione che aveva avuto e che, secondo lui, sarebbe stata un’idea eccezionale per un film, un colossal tipo catastrofico-fantascientifico.


Piuttosto scettico gli dissi di esporre brevemente il plot e quello, con uno sguardo allucinato, cominciò con la prima scena: alba su new york, panoramica sullo skyline della città in controluce sul cielo rosato e in sottofondo una musica serena e rassicurante.


“Magari la Rapsodia in blue di Gershwin, come la scena iniziale del penultimo film di Woody Allen” ironizzai.


Quello continuò senza scomporsi, rapito dalla sua visione, descrivendo come improvvisamente un jumbo sarebbe entrato nell’inquadratura con un rombo spaventoso andandosi a schiantare contro la torre nord del WTC con una esplosione infuocata, pochi secondi e un altro jumbo avrebbe centrato l’altra torre e mentre i due edifici crollavano in fiamme voci fuoricampo avrebbero annunciato di altri aerei contro il Pentagono e magari contro la Casa Bianca.


Gli chiesi se la Pan American avesse dichiarato guerra agli Usa ma lui di nuovo non raccolse.


Allora, brusco, gli feci notare che la sua idea era totalmente inverosimile.


“Tutti sanno che le torri sono state progettate per resistere agli impatti aerei e che gli Usa hanno la flotta aerea migliore del mondo a proteggerli”.


Ma quello continuò farneticando di terroristi arabi, di un presidente Usa tonto e manovrabile, di dichiarazioni di guerra ad un paese straniero accusato di possedere fantomatiche armi di distruzione di massa.


E di scene di bombardamenti notturni e battaglie nel deserto con i pozzi di petrolio in fiamme sullo sfondo.


Bloccai il suo delirio e, calmo ma risoluto, gli dissi che lui era totalmente pazzo e che io non avrei più ascoltato quelle farneticanti follie.


Mi aspettavo una reazione violenta.


Quello invece si alzò pacato, aprì la porta, mormorò: “Tra venti anni” e andò via.


Un ricordo completamente sopito che mi sale alla memoria in maniera così prepotente e lucida.


Proprio ora.


Sarà che sono passati esattamente venti anni.


Sarà che adesso il mio ufficio è al piano 87° della torre nord del WTC, ma sento una sensazione di angoscia serpeggiarmi dentro e mi manca l’aria.


Tremo.


E’ la stanchezza, decido.


Meglio che vada a riposare prima che sia io ad impazzire sul serio.


Domani è già 11, ho tanto lavoro da fare.

martedì 28 aprile 2009

PICCOLE STORIE D’AMORE

Raccontami storie d’amore…

Grandi storie d’amore?

No, piccole! ...piccole storie d’amore

Va bene, questa l’ho letta tempo fa, probabilmente inventata ma bella.
Lui e lei si conoscono e si amano da sempre. Sono entrambi obesi. Si sposano e magari hanno anche dei figli. Poi dopo anni lei decide di dimagrire.

Vuole cambiare, sente che può affrontare un problema che ha sempre evitato, deve trovare una parte di se che ancora non conosce. Lo capisco

Ma lui no! Vede tutto questo come un tradimento: lei distrugge il loro mondo piccolo e perfetto.

Anche questo lo capisco, mantenere il proprio nido, il guscio che li protegge dal resto del mondo. Un mondo in cui sono partiti svantaggiati dalla condizione fisica.

Due esigenze forti, umane e totalmente divergenti. Tutto si lacera inevitabilmente, è il dramma, la disperazione di lui, lei combattuta da sentimenti contrastanti, la separazione inevitabile.

Due necessità legittime ed inconciliabili
….e quindi una storia vera….
Dammene un’altra….

Lei cerca lui. Lui è uno che si prostituisce, giro chiuso, clienti: solo donne e selezionate. Lei gli racconta che ha fatto di tutto per trovarlo e fargli una proposta: una notte d’amore, anzi la notte d’amore, l’unica della sua vita e lei vuole che sia perfetta.

L’unica notte d’amore della sua vita… vuole un momento unico ed indimenticabile. E perché lui?

Perché vuole un professionista che conosca perfettamente l’arte del sesso. Ma la sfida che lei lancia è questa: vuole sentirsi amata oltre che scopata,è questa la perfezione che chiede. In cambio lei lo farà tanto ricco che non avrà più bisogno di vendersi.

E lui… capisce che lei non scherza e che la sfida è vera?

Si e questo lo inquieta. È turbato.

Scappa, lo so. L’amore è una sfida troppo forte. Anche per una sola notte.

E se lui accettasse? Se si prestasse a questa sfida assurda?

Non riuscirebbe. Anzi sarebbe lui ad innamorarsi di lei. Io immagino questa donna come una persona speciale. Lui ne subirebbe il fascino.

Il professionista cinico che vede improvvisamente crollare tutte le sue barriere protettive e si ritrova come un giovane inesperto di fronte ad una donna vera.

Si perché le altre lo usavano come un attrezzo e basta. Questa gli chiede amore come prestazione.

Ingenua e romantica come una rivista per adolescenti.

No, non mi freghi col sarcasmo. Ogni volta che si parla d’amore tu ti barrichi dietro ironie che trovo irritanti.

Non litighiamo, dai.

Non stiamo litigando. Parliamo, e mi piace. E queste piccole storie sono belle ma tristi. Raccontami una storia d’amore piccola bella e felice.

Va bene ….
Allora
Lui e lei sono sdraiati sul letto e si guardano negli occhi. Lei dice “raccontami storie d’amore” “grandi storie d’amore?” ”no,piccole!…piccole storie d’amore” ….

domenica 26 aprile 2009

IN TRENO




Un uomo seduto vicino al finestrino
Una ragazza sfoglia una rivista
Un uomo nascosto dal giornale che sta leggendo
- Buongiorno è libero quel posto?
- Ci sono seduto io, signora.
- Anche lei come me adora stare vicino al finestrino
- Il posto di fronte è libero
- Ma io devo stare seduta nella direzione in cui viaggia il treno, altrimenti ho nausea e conati di vomito improvvisi.
- Prenda pure il mio posto, signora.
- Le dispiace se leggo?
- Legge a voce alta?
- Magari lei ama conversare
- Anche a me piace leggere in treno. Ecco il mio libro.
- Ma che combinazione! Anche io ho un romanzo di Ausonio Piumacchi
- Scusate è proprio buffo, ma anche io ho con me un libro di Piumacchi
- Tutti e tre con libri diversi ma dello stesso autore. Una coincidenza proprio curiosa. Il mio comunque è un saggio storico: “la corriera di cossiga”.
- Interessante?
- Guardi, il lavoro di documentazione ed analisi è accurato, c’è passione e direi anche competenza nel trattare gli argomenti.
- Le piace allora
- Mah. Le tesi sono molto interessanti, si, ma lo stile è troppo assertivo, perentorio direi, quasi aggressivo, c’è quasi del piacere narcisistico nel personalizzare così l’esposizione. Secondo me un saggio scientifico deve essere più neutro nei toni. Sinceramente preferisco altri stili. E il suo romanzo?
- Si intitola “Babbut”. All’inizio, quando ho capito che parlava della storia di lavoro e delle lotte operaie, ho temuto che fosse uno di quei libri retorici, pesanti e pure un po’ tristi. Invece tutto al contrario. La lettura è stata scorrevole e a tratti anche divertente.
- Me lo consiglia allora?
- Che le devo dire? Il protagonista è chiaramente l’alter-ego dell’autore. E a me pare che sia un po’ troppo indulgente con il suo personaggio. Insomma si auto-assolve. Io credo che si dovrebbe essere più severi con se stessi.
- Io ho comprato “Il liberal-socialista” quando è uscito il film, quello con Scamarcio. Però il mio fidanzato, che ne capisce di libri, ha letto il libro prima di me e mi ha detto di lasciar perdere. Lui l’aveva letto proprio tutto e gli pareva una “ prolissa autolatria”. Allora l’ho accantonato, il libro intendo. Poi però ho lasciato il mio fidanzato e per fargli un dispetto ho ripreso il libro.
Il signore nascosto dietro il giornale che stava leggendo sempre più nervosamente, lo chiude con un gesto improvviso si alza prendendo la sua borsa e, prima di uscire, si ferma si volta e fissa gli altri tre: - Ma annate un po’ a fanculo! - Era Ausonio Piumacchi."

sabato 25 aprile 2009

BATTAGLIA NAVALE


La luce del sole entrava dalle finestre scorrevoli dell'aula e inteporiva l'aria rendendo ancora più soporifera la voce monotona del professore che espletava la sua funzione docente con annoiata meccanicità. Roteando il capo alla ricerca di qualcosa che mi impedisse di addormentarmi incontrai lo sguardo di Bonfanti Alessio, un figlio di papa anzi in questo caso di generale o ammiraglio, uno che ci teneva sempre a mostrare la sua superiorità sia con i compagni che con i professori. Veniva a scuola accompagnato da autista e, quando si degnava di rivolgere la parola a qualcuno, parlava sempre di onore e dignità e delle armi di suo padre generale o ammiraglio. Che, per uno di terza media, a me faceva un po' ridere ma un po’ mi metteva in soggezione. Un atteggiamento competitivo compusivo, mi hanno spiegato dopo, comunque il bonfanti in genere, vinceva le sue sfide. Un cucciolo della razza padrona, chiosò mio padre quando gliene parlai. Coperto dalle spalle del compagno davanti, mi mostra un foglio a quadretti con due quadrati bordati in orizzontale dalle lettere da A a L e in verticale dai numeri da 1 a 10. Chiaro: una sfida a battaglia navale. E' l'ultima mania dello stronzo, ormai ha già battuto tutti. Sono uno dei pochi che manca. A gesti, senza farsi vedere dal professore, mi spiega che i compagni che siedono ai nostri lati faranno da garanti e verificheranno che nessuno bari. La flotta è quella classica: una corazzata da 4 caselle, due incrociatori da 3, 3 cacciatorpedinieri da 2, e 4 sommergibili da 1. Tentenno, un po' per timore che il professore ci veda e ci punisca, un po' per timore della sua abilità nel gioco. Ma non posso tirarmi indietro. E sia! Schiero la flotta sul riquadro di destra cercando di immaginare quali possano essere i posti più adatti. Comincia lui. Acqua. Poi io acqua. Andiamo avanti per un po'. Poi lui mi colpisce un incrociatore. Esulta in silenzio. Mi rifaccio, colpisco qualcosa. Lui continua, mi rendo conto che la sua è una tattica studiata a tavolino. Traccia con una serie di colpi delle linee, dividendo il campo. Io vado più che altro a culo. Continua a colpire i miei pezzi. Le cacciatorpediniere da due me le fa fuori subito quasi tutte. Io vado spesso a vuoto poi centro qualcosa e perdo tempo a finirla: è un incrociatore da 3 ma ci vogliono troppi colpi. Intanto lui si accanisce sulla mia povera corazzata. La mia rabbia si stempera immaginando il dramma dei minimarinai che cercano di scampare al naufragio in quel mare quadrettato. Continuo a colpire a vuoto per un po' poi rintraccio le sue cacciatorpedieniere e ne affondo due in rapida successione.
E' meno baldanzoso il bastardo, per un momento mi pare preoccupato, poi mi fissa di nuovo truce e mi gela con un colpo preciso che becca uno dei due miei sottomarini superstiti. Situazione disperata: ho un solo sottomarino e l'incrociatore colpito all'inizio e evidentemente vuole finire con calma. Lui due sottomarini e la corazzata.
Sparo una lettera e un cifra a caso: colpito. Cavolo è la sua corazzata! Lui fa una smorfia ma poi si ricompone, sa che è in netto vantaggio. Cerca ancora il mio sottomarino per poi finire l'incrociatore. Io mi accanisco sulla corazzata. Lui scientifico non si scompone più continuando la sua ricerca. Ho segnato i suoi colpi vedo che restringe molto il campo di azione. Lui spara: acqua. Tocca a me: colpito il sottomarino! Si! sono in vantaggio io adesso. Gliene rimane solo uno!
Freme, io godo, ma subito mi gela con una combinazione alfanumerica che per me potrebbe essere la formula del più potente dei veleni. Ha affondato l'ultimo mio sottomarino. E dai colpi tirati puà capire la posizione del mio incrociatore danneggiato. Praticamente due colpi e mi affondera tutto. Lui ha solo un sottomarino, ma è un'unica casella in un mare quadrettato che mai come ora mi pare sterminato. Ghigna luciferino. Sudo. Due colpi, sparo il primo, guarda il suo foglio, si fa serio, poi si gira verso di me e, allargando il sorriso più beffardo che può, mi dice:”Acqua!” Poi lascia partire un colpo preciso sul mio incrociatore che ormai immagino in preda alle fiamme e in procinto di affondare in un gorgo tipo la nave di Achab. E lui è la balena bianca che ride con tutti i suoi enormi fanoni. L'ultimo colpo per me, poi sarà finita. Punto la matita su una delle caselle bianche, quasi sfondo il foglio, come se volessi infiocinare il capodoglio ghignante alla faccia mia, e sparo. Lui non si muove, il compagno vicino, il garante, che lo stava spalleggiando fa una faccia strana e si tira indietro, lui non si muove e ancora non parla. Allora mi alzò, sento che il brusio della voce del prof che ha fatto da sottofondo a tutta la battaglia si è interrotto, ma non mi interessa, metto una mano su foglio di Bonfanti Alessio e lo abbasso sul banco in modo da poterlo leggere. Il suo sottomarino superstite era proprio nella casella che avevo appena indicato : SIIIIIIII! T'ho fregato BASTARDO!” mi ritrovai ad urlare.
Chiaramente finii dal preside. Tre giorni di sospensione e il rischio di non essere ammesso agli esami di terza media. Sudai per superarli. Bonfanti Alessio invece si ritirò dalla scuola, frequentò scuole private, accademia militare e via di seguito. Quest'anno si candida come sindaco. Razza padrona. Quasi quasi lo voto.

venerdì 24 aprile 2009

EFFETTO DOMINO


L’appuntamento era dietro casa subito dopo mangiato. Mario arrivò 10 minuti dopo di me. “Ma che ti sei portato appresso a tua sorella?”
Prima di rispondere serrò le labbra gonfiando la bocca come faceva ogni volta che si sentiva in difetto. “I miei non vogliono che resti sola, che combina un sacco di guai”
“e che guai può fare una bambina di 10 anni?”
“pensa che la settimana scorsa ha preso tutte le medicine dall’armadietto del bagno, le ha pestate tutte insieme e le ha fatte mangiare al cane dei vicini. Quelli si sono incazzati con i miei”
“ma mica possiamo fare la missione con lei appresso”
“tanto questa non parla quasi mai e poi magari ci aiuta”
“Ma se è una femmina di 10 anni”
“Pure tu hai 10 anni”
“si ma io sono maschio. Uffà, vabbè andiamo, però se la missione fallisce è tutta colpa tua”
Volevamo introdurci nella “casa”, un edificio abbandonato ad un piano circondato da un muro scrostato e semidirupato. Passammo da una breccia sul lato opposto alla via principale e attraversammo il giardino incolto che sembrava la jungla di sandokan vista in tv la sera prima. Io aprivo la pista spostando i rami e nel farlo mi accorgevo del tremore delle mie mani. Volgendomi indietro incontravo il volto pallidissimo da Mario quasi incollato alla mia schiena. La sorella ci seguiva più distaccata, con aria assente, ma certo a lei non tornavano in mente tutte le storie che gli altri ragazzini ci avevano raccontato sulla “casa”, non solo diavoli, streghe, fantasmi, ma soprattutto vampiri. La missione era appunto trovare la coppa d'oro nascosta là dentro che, secondo quel ciccione di Saverio, raccoglieva i denti da latte che i vampiri cambiavano diventando grandi. Chi li trovava poteva diventare invisibile, diceva Saverio, Mario invece diceva che facevano volare chi se li metteva in tasca. Saverio si mise a canzonarci, e quindi partì la sfida e la nostra missione.
Le porte e le finestre erano tutte sbarrate, girando intorno notai che sotto il terrazzino di ingresso, sul cui parapetto erano allineati una seria pieno di vasi di coccio pieni di scheletri vegetali, c'era una finestrella semiaperta. “Da lì” sussurrai a Mario, lui annuì e mi spinse avanti. Mi introdussi a fatica tanto era stretta l’apertura., il posto era buio e con quell’odore di umido e di polvere che ti riempe subito naso e gola. Mi mossi verso la porta semiaperta , mentre Mario cercava di entrare come avevo appena fatto io, bisbigliando qualcosa alla sorella che come al solito non rispondeva. Urtai qualcosa che, con effetto domino, fece crollare una serie di ombre nere causando un fracasso terribile. Mi bloccai e, quando sentii una voce cavernosa sbraitare da dietro la porta che stavo per raggiungere, mi si gelò il sangue. In preda al panico mi precipitai verso la finestra. Mario era già schizzato chissà dove e io mi arrampicai su oggetti marci e pieni di ragnatele cercando di uscire e intanto sentivo che qualcuno o qualcosa era entrato nella stanza ruggendo. Ero quasi completamente all’aperto e mi accingevo a correre quando mi sentii afferrare per una caviglia. Non ebbi il coraggio di guardare indietro, cercai di scalciare ma inutilmente, mi sentivo tirare verso quella voce che rideva e bestemmiava. Le porte dell’inferno sembravano essersi spalancate, i capelli dritti in testa per il terrore volevano bucarmi il cranio, le mie mani disperate cercavano di afferrarsi all’erba che si strappava facilmente, quando un rumore secco de improvviso spezzò quella risata demoniaca , la presa sulla mia caviglia si allentò. Non riuscii a muovermi per chissà quanto poi sentii di dovermi girare e vidi la testa dell’uomo schiacciata da un pesante vaso di coccio. Alzai lo sguardo lentamente scorrendo il muro centimetro dopo centimetro fino al bordo del parapetto del terrazzino, da cui mancava uno dei vasi. Al suo posto vedevo le spalle e la testa della sorella di Mario con uno sguardo che non ho mai saputo definire.
Da allora stiamo insieme, prima amici poi fidanzati e presto ci sposeremo. Lo ha deciso lei, come sempre, e quando io, come sempre, ho cercato di obiettare mi ha fissato negli occhi ed io, come al solito, ho rivisto lo stesso sguardo che aveva su quel terrazzino tanti anni fa.
E allora, come al solito, lascio che sia lei a decidere.