venerdì 12 febbraio 2010

QUESTI UOMINI

«Continui a toccarti l’occhio, ma ti fa ancora male?»
«Solo quando cambia il tempo. Ma devo confessarti che quello che mi brucia di più è l’orgoglio ferito. »
«Pensi sempre a lui, vero?»
«Si, sempre. Come ho fatto a credergli? Non riesco a perdonarmelo. Se ripenso alla figura che ho fatto, mi sento l’emblema della stupidità. »
«Non pensarci, capita a volte di dare fiducia a chi proprio non se lo merita.»
«E come faccio a non pensarci? La nostra storia ha fatto il giro del mondo. Tutti la conosco e ridono della mia ingenuità.»
«Se e’ per questo anche la mia storia con quell’altro la conoscono tutti.»
«Si, ma tu ne esci bene. »
«Non ne ho mica la certezza assoluta, sai. »
«Meglio di me sicuramente, alla fine la tua vittoria è inequivocabile.»
«Vittoria inequivocabile dici, vorrei averne la sicurezza. Non ho avuto quella sensazione quando la nostra storia è finita. All’inizio mi sono sentita così sollevata. Quell’uomo era davvero esasperante. Ossessionato da me. Mi ha inseguito dappertutto. Le altre non le guardava proprio. Voleva solo me. Davvero, non ce la facevo più.»
«Questi uomini, questi piccoli uomini. »
«Piccoli uomini, si. Quando ti si avvicinano sembrano esseri trascurabili, senza importanza e invece riescono a condizionarti la vita. Non riesci a sottrarti a loro facilmente. »
«A volte riescono anche a rovinartela la vita come nel mio caso. Quello che ho incontrato io non dovevo proprio sottovalutarlo. Eppure mi sembrava piccolo, indifeso, alla mia mercé, così come tutti gli altri. Mi piaceva sentirlo parlare, mi piaceva sentire come si aggrappava alle parole. Ognuna che pronunciava per lui era un attimo in più di vita che guadagnava. Lui lo sapeva e le sapeva usare. Con quelle sue belle parole mi ha raggirato. Avrei dovuto schiacciarlo subito, come ho fatto con tutti gli altri. »
«E’ vero quello che dici. All’inizio questi piccoli uomini sembrano quasi indifesi. Le prime volte, quando li vedevo avvicinarsi a me, cosi minuscoli da sembrarmi inermi, provavo quasi imbarazzo per loro. Poi, sentendo le prime punzecchiature, ho cominciato a rivoltarmi infastidita e li gettavo via senza badare loro più di tanto. Ma ho dovuto imparare subito a non sottovalutarli. Se li lasciavo fare mi avrebbero mangiato viva. »
«Ti confesso che ero io che li divoravo. A volte mi sembrava di essere un mostro senza cuore ma quando ho fatto i conti con la crudeltà di quell’uomo, è stato facile rendermi conto che la mia mostruosità era controbilanciata dalla sua capacità di essere spietato e cinico. Accecarmi così, mentre dormivo è stato oltretutto vile, un atto da vero codardo. Ma quello che più m’ha offeso è stato prendersi gioco di me, mentirmi e farmi fare una figura da imbecille anche con la mia famiglia. Quante bugie mi ha raccontato. Io pensavo di essere crudele, in realtà i miei erano giochi da bambini confronto alle innumerevoli sofferenze che mi ha inflitto.»
«Anche io sono stata dipinta come un mostro inumano, feroce e assassino, come se fossi stata io ad andare a cercarlo. Ma tutti, proprio tutti, sanno che era lui che mi inseguiva, non mi lasciava in pace, studiava i miei percorsi per darmi la caccia. La sua fine se l’è voluta lui, l’ha desiderata, l’ha invocata. Aggrappato a me fino all’ultimo istante, se avesse potuto mi avrebbe strangolato. Sono sicuro che fosse proprio la morte che desiderava, legato a me per l’eternità a ricordarmi quanto mi aveva desiderato e quanto aveva sofferto per me.»
«E’ stata la sua pazzia, la sua ossessione a causare la sua morte. Tu non hai nessuna colpa, anzi ne esci vincente alla fine. Invece nella mia storia sono io lo sconfitto. »
«Che senso ha chi ha vinto e chi ha perso ormai, Polifemo? Tutto passa, il tempo scorre, sia per noi mostri che per loro, i piccoli uomini che hanno incrociato il loro destino con il nostro. E anche io devo confessarti che, adesso che non c’è più, a volte quando sono immersa nelle profondità dell’oceano, sento la sua mancanza e istintivamente salgo in superficie con l’inconfessata speranza di vedere ancora una volta le vele del Pequod. Scruto l’orizzonte tutto intorno. Poi spruzzo in aria tutta la mia solitaria delusione e mi immergo di nuovo. Beviamoci su. Alla salute.»
«Alla salute, Moby. »

lunedì 18 gennaio 2010

IL PRINCIPE E GLI SPAGHETTI

«Principe, una disgrazia!»
«Che succede, gran ciambellano?»
«Sono finiti gli spaghetti!»
Il ciambellano rimase immobile ad attendere la reazione del principe. Non che fosse un padrone così cattivo. E’ che tutti nella città di Pechino sapevano quanto al principe piacessero gli spaghetti, in tutte le combinazioni possibili.
Del resto solo lui poteva mangiarli. Nelle dispense del palazzo era conservata una quantità apparentemente infinita di spaghetti, donata ai suoi genitori, nel giorno della sua nascita, dalla Maga della Pasta Ardente, l’unica che conoscesse la ricetta segreta. Apparentemente infinita, perché in realtà era proprio finita. Cambiare dieta? Giammai piuttosto…
«Andrò dalla maga. Tu, ciambellano, e altri due servitori verrete con me».
Così deciso, partirono per il viaggio il giorno stesso. Un viaggio niente affatto semplice perché la maga risiedeva nel suo castello oltre la Foresta della Crusca Nera.
Appena entrati nella foresta, infatti, un orso enorme sbarrò loro la strada. Era molto nervoso a causa di un qualche strano fastidio che sentiva su di se. Il gran ciambellano, che aveva imparato il linguaggio degli orsi quando era giovane e viaggiava spesso nelle foreste del nord, confabulò con l’animale e capì il problema. Era infestato dai pidocchi. Bisognava aiutarlo a toglierli uno per uno. Il principe comandò che i due servitori rimanessero con l’orso. Li avrebbero ripresi al ritorno.
Continuarono il viaggio nella foresta, ma un nuovo animale si mise sulla loro strada. Un Leone triste e depresso, sdraiato di traverso sulla strada, impediva il passaggio. Il gran ciambellano, durante un viaggio nelle jungle del sud, aveva imparato anche qualche parola di dialetto leonesco e comunicò con la fiera. Capì che il problema era la solitudine e allora si offrì di fargli compagnia e di fare quattro chiacchiere insieme, così il principe avrebbe potuto proseguire. Così fecero e il principe si mise in viaggio da solo.
Finalmente arrivò al palazzo, bussò ma trovò solo un’anziana che camminava curva e lenta, coperta da una specie di palandrana con tanto di cappuccio che le copriva la testa. La vecchia gli disse che la maga non era in casa e le aveva dato l’incarico di ricevere il principe. Era una maga vera, con tanto di palla di vetro, sapeva che stava arrivando e conosceva il motivo della sua visita. Lei sarebbe giunta appena possibile ma intanto lui avrebbe dovuto procurare la Farina Divina.
«E come? ».
«Devi andare sulla montagna dietro il castello e chiederla all’orco contadino. Sii gentile perché è molto scorbutico, ricordati di chiederlo per favore».
Il principe, che aveva davvero tanta voglia di spaghetti, si arrampicò sulla montagna, ma orgoglioso come era ordinò al contadino di dargli la farina. Quello non fece nulla, come se nessuno avesse parlato. Il principe insistette ma solo quando si inginocchiò e implorò il contadino, quello si alzò e gli consegnò un sacco della sua farina.
Tornato al palazzo trovò ancora soltanto la vecchia.
«La signora ha inviato un messaggio, sta per tornare ma intanto ha ordinato che il principe prepari il sacro impasto mescolando la farina con l’acqua della fonte immortale qui nel castello, poi proceda seguendo la sacra formula .»
«Devo farlo io?».
«E chi altri? Vede forse qualche altro principe?».
Quello emise un lungo sospiro e si rimboccò le maniche. Troppa era la voglia di spaghetti. Mescolo, impasto, segui la sacra formula e infine ottenuta la pasta la tagliuzzò ottenendo una gran quantità di spaghetti che mise ad asciugare eseguendo alla lettera le istruzioni.
Mentre si detergeva la fronte sentì battere sulla sua spalla. Ancora la vecchia.
«La signora ha inviato un altro messaggio: il principe deve raggiungere Esmeralda, la commerciante errante, che passa sotto le mura del castello una volta ogni settimana e comperare guanciale, pecorino, uova.»
Il principe ormai non accennava la minima reazione, si fece indicare la strada e vide che la commerciante errante era già passata. Di corsa la raggiunse e comprò quanto richiesto. Tornato al castello la vecchia era pronta con un altro messaggio.
«La maga è quasi arrivata e fa dire al principe che metta sul fuoco una pentola contenente abbondante acqua che, a bollore, salerà moderatamente. Introdurrà quindi gli spaghetti nell'acqua. Nel frattempo avrà tagliato il guanciale in dadini, lo avrà messo in un tegame con l´aggiunta dell´olio e lasciato friggere fino a quando il grasso non sarà diventato trasparente e leggermente croccante. Avrà sbattuto intanto le uova in una ciotola quindi unito il pecorino, il pepe macinato e, nel momento in cui scolerà la pasta, il guanciale. Quindi il principe porterà il tutto nella sala del banchetto».
Il principe esegui tutto alla perfezione, prese il pentolone e si diresse nella sala del banchetto.
Quando entrò venne accolto da un fragoroso applauso.
A tavola c’erano il gran ciambellano, i due servitori, l’orso pidocchioso, il leone depresso, il contadino della montagna e la commerciante errante. E a capotavola la vecchia, che si era tolto il cappuccio svelando la sua vera identità: la Maga della Pasta Ardente. Tutti seduti e pronti con il tovagliolo intorno al collo.
Il principe rimase impietrito e senza parole, ma venne trasportato di peso e fatto sedere vicino alla maga. Intanto tutti mangiavano con gran gusto gli spaghetti che aveva cucinato così diligentemente. Grandi risate riempivano la sala.
Il principe fissava a bocca aperta la maga che intanto, mentre portava alla bocca quegli spaghetti che sembravano così buoni, gli sorrideva con gli occhi.
«Ma… io sono stato ingannato».
«A sentire questi spaghetti direi piuttosto che sei stato addestrato ed edotto nel modo migliore. Guarda i volti dei tuoi commensali».
Il principe osservò gli altri che stavano gustando il piatto che lui aveva preparato dall’inizio alla fine.
«E adesso assaggiali anche tu, questi spaghetti squisiti»
gli disse la Maga porgendogli la sua forchetta piena di quei filamenti dorati pieni di condimento succulento.
Il principe li assaggiò, fissandola negli occhi, e rimase estasiato. Rimase estasiato dall’atmosfera, dagli occhi della maga e dagli spaghetti che lui, proprio lui, aveva preparato dall’inizio alla fine.
E si senti felice come mai in vita sua.
Quando torno nella sua città, posò le sue valigie, andò nel centro della città, trovo un bel locale e lo sistemò con tavoli, sedie, una bella cucina e sull’ingresso mise una grande insegna “DAL PRINCIPE DEGLI SPAGHETTI - ristorante”.
E vissero tutti sazi, felici e contenti.

venerdì 11 dicembre 2009

CORSO DI DIFESA PERSONALE




Praticavo judo da qualche anno. Mi ero imposto questa “cura” per la mia scarsa aggressività e avevo scoperto che mi piaceva affidarmi al maestro, colui che sa e guida l’allievo. Mi piaceva ancora di più lo studio delle tecniche, eseguite lentamente per interiorizzare i movimenti, sembrava di provare i passi di un ballo. Ma quando il corso non è stato più limitato solo ad allievi di sesso maschile ho scoperto che quello che veramente mi rendeva felice era esercitarmi nella lotta a terra con le compagne. Non ho raggiunto grandi risultati sportivi ma la passione e lo zelo nello studio delle tecniche a terra, corpo contro corpo, non mi ha mai abbandonato. Alla fine di quell’anno il maestro ci ha comunicato che ci sarebbe stato un corso di difesa personale tenuto da uno specialista. Ricordandomi del motivo vero che mi aveva spinto in quella palestra decisi di seguirlo. Il giorno della prima lezione ci trovammo di fronte un uomo non giovanissimo, capelli con taglio militare e uno sguardo freddo. Inizialmente ero perplesso, ma il modo pacato e consapevole in cui muoveva il corpo allenatissimo nello spazio intorno a se, giustificava il senso di autorevolezza che sentivo emanare da lui. La voce calma e profonda, mentre ci raccomandava di scordare i combattimenti cinematografici o il wrestling che erano “meri balletti’, mi ha rassicurato definitivamente. Da perfetto maestro di disciplina orientale ha cominciato la lezione con un racconto:
- Un giorno un uomo mi ha offeso. Io l’ho guardato, mi sono girato e mi sono allontanato.
Subito io ho pensato che evidentemente voleva farci capire che è importante non badare alle piccole provocazioni.
- Quell’uomo mi ha raggiunto, mi si è messo di fronte e mi ha sputato sui piedi. Io mi sono girato e me ne sono andato di nuovo.
Quindi, continuavo a riflettere mentre seguivo il racconto, per l’uomo saggio è importante comunque mantenere la calma ed evitare scontri inutili.
- Quell’uomo mi ha raggiunto di nuovo, mi ha chiamato vigliacco e mi ha dato un schiaffo. Io mi sono girato ancora mi sono allontanato di fretta.
E’ chiaro che qui il messaggio veniva rafforzato dal concetto che la vera forza era sopportare quelle offese anche a rischio di far la figura dei vili.
- Quell’uomo mi è corso dietro e mi ha colpito con un poderoso calcio sul fondoschiena facendomi ruzzolare per terra. Io, sebbene un po’ dolorante, mi sono prontamente rialzato e mi sono messo a correre per allontanarmi da lui.
Ovvio, riflettevo, si rischia, è vero, una figura di merda ma come non sentire ammirazione per chi ha la forza interiore per non preoccuparsi delle opinioni altrui e mantenere la lucidità.
- Quell’uomo mi ha inseguito insultandomi in modo estremamente fantasioso e urlandomi che mi avrebbe ucciso perché non meritavo di vivere.
Lo sguardo dei miei compagni denunciava chiaramente che ritenevano ormai costui una specie di invertebrato. Io invece ragionavo sul concetto di forza. Non è forse questa la vera forza? Sono forte perché evito di usare la forza. Evitare lo scontro che, pur se vittorioso, qualunque cosa significhi “vittoria”, comporta sempre la perdita di qualcosa, e quindi sconfitta.
- E solo quando mi sono ritrovato senza possibilità di fuga, chiuso nell’angolo da quell’uomo che aveva deciso di uccidermi, solo allora ho reagito . E sapete perché?
Certo, stavo per rispondere un po’ sorpreso del silenzio in cui rimbombava l’eco della domanda del maestro. Certo, il dovere morale dell’uomo, il rispetto per la vita, la responsabilità etica di evitare comunque il conflitto per qualunque ragione se non quando siamo costretti alla legittima difesa, quando la nostra incolumità, e solo allora, corre un pericolo gravissimo.. Che profonda lezione morale ci sta dando questo tipo che avevo temuto fosse una specie di rambo da strapazzo, un esaltato. Grazie, stavo per dire, grazie maestro, il tuo esempio mi consente di avere ancora fiducia nell’umanità, di credere che l’uomo è un essere intrinsecamente morale ed istintivamente spinto al bene. Ma non ho fatto in tempo a dire nulla perché il maestro ha ripreso con un curioso brillio nell’occhio sinistro:
- Perché in quel momento - e qui una pausa sapiente – e solo a quel punto l’adrenalina, che la paura avrà fatto accumulare dentro di voi, vi darà la forza e la determinazione per sferrare un unico colpo necessario, ad uno dei tre punti vitali che poi vi indicherò precisamente, se dato con la necessaria dose di violenza, che stronchi il vostro nemico stendendolo a terra, vivo o morto non importa, ma assolutamente impossibilitato a reagire. Solo allora saprete colpire senza pietà, o lui o voi.”

giovedì 3 dicembre 2009

BAMBOLA DI PEZZA


IMMAGINE REALIZZATA PER IL RACCONTO "BAMBOLA DI PEZZA" DI DANIELA RINDI

mercoledì 18 novembre 2009

PARAD


disegno per la copertina della raccolta dei racconti pubblicati su "Il Territorio" nall'anno 2009

lunedì 9 novembre 2009


immagine realizzata per il racconto "l'isola" di Aldo Ardetti

domenica 8 novembre 2009

UN AMORE PICCOLO, MA GRANDE


IMMAGINE PER RACCONTO "UN AMORE PICCOLO, MA GRANDE" DI DANIELA RINDI