giovedì 17 marzo 2011

NON SO SE SOPRAVVIVERÒ' A QUESTA VITA - cronaca 8 (reloaded)

Sono almeno due giorni che vengo qui in Biblioteca sempre con i soliti fascicoli. Questo che ho davanti parla dei rapporti che un senatore, ancora vivo, – mi pare di aver intravisto il suo simulacro aggirarsi da queste parti - ha tenuto con certe associazioni siciliane fino agli anni ottanta E’ il tomo uno, ho chiesto anche il due ma mi hanno detto che devo attendere un po’, devono cercalo, stranamente non è al suo posto e chissà dove è finito. Mah! Sono distratto in questi giorni, non riesco ad appassionarmi. Ogni tanto rivolgo lo sguardo verso il bancone dove dovrebbe essere Mandolina, saranno due giorni almeno che non la vedo, chissà dove è finita pure lei, sarà scappata col tomo due? Poi questa storia della realizzazione in appalto del Purgatorio mi lascia perplesso, anzi a dire la verità, mi inquieta abbastanza, ma ho promesso a Gabriele di mantenere la notizia riservata per ora.

Spunta Faust da dietro due angeli che chiacchierano seraficamente sottovoce. Si sbraccia per farmi capire che devo uscire. Esco. Tanto non riesco a concentrarmi.

Faust è sovraeccitato. Come al solito, in fondo. E’ uno che vive tutto con perenne entusiasmo. Ce ne vorrebbero di più come lui. Da prendere a piccole dosi, però.

“E’ fatta, tranquillo”

Si concede qualche attimo per godersi la mia espressione interrogativa. Deve riuscirmi particolarmente bene perché sembra in estasi.

“Il torneo di calcio a cinque! Si fa il torneo”.

La mia espressione non muta e lui se ne “spara” un’altra dose abbondante, forse vuole farsene una scorta per l’inverno.

“Non te ne avevo parlato già?Allora rimedio subito. Comincia domani il torneo di calcio a cinque con la prima partita a cui partecipa la nostra squadra, la Cornelius F.C. . Senti che formazione: io, chiaramente, in porta, che oltre la mole e il pelame ho anche un’agilità gorillesca, davanti formazione a rombo. Vertice basso, difesa, tu. Due sulle fasce, a destra Filippo Tommaso Marinetti a sinistra il marchese LaFayette. Vertice alto del rombo, attacco indovina chi? Dai indovina! No anzi lascia perdere che non indovineresti mai. Attacco: Spartacus, il gladiatore.”

La mia espressione deve essere ancora comicamente indefinibile perchè Faust decide di concedersene ancora un po’ beandosi di tanta faccia.

“Ho pensato a tutto, disposizione in campo, tattica, divise sociali. Tranquillo, il perizoma leopardato è opzionale. Seguimi: Spartacus è lo specchietto per le allodole, deve attirare su di se gli avversari, l’arma segreta sarà Marinetti sulla fascia. Corre come una locomotiva, non si ferma mai, anzi mentre corre fa pure i versi come una locomotiva : SPAFF, ZUM, SDENG SDENG. Ma non devi sottovalutare LaFayette, sotto quella parrucca da cicisbeo c’è un mastino che sembra Benetti dei giorni migliori. Capito? è un rombo dinamico il nostro!”

“Faust, ma io che c’entro? Non gioco a calcio dai tempi dell’oratorio. E figurati che neanche ci sono mai andato all’oratorio”.

“E allora? Sei un giornalista, no? Oltre a giocare, racconterai le epiche gesta della Cornelius F.C. dall’interno, la cronaca diretta dallo spogliatoio. Altro che interviste precotte. Racconterai l’epica scalata verso la vittoria, la fatica, l’eroismo, il sacrificio, l’agonismo esasperato, il sudore misto a sangue. Tutte quelle stronzate che voi giornalisti vi inventate per non far capire che non avete niente da raccontare. Che te lo devo insegnare io il mestiere?”.

“Qui l’unica stronzata che vedo è la mia partecipazione. Scusa ma io non capisco niente di calcio, non so cosa sia la diagonale, non conosco la differenza tra la ripartenza e il contropiede, mi è ancora misteriosa l’applicazione del fuorigioco. Come posso esserti utile?”

Qui Faust fa un lungo sospiro e si trattiene a lungo a fissarmi senza rispondere. Ma la sua espressione ora è seria, sembra quasi compatirmi.

“Ascolta. Questo posto è grandissimo, tra trapassati e simulacri di vivi c’è tantissima gente. Se vuoi ritrovare qualcuno l’occasione migliore è proprio questo torneo. E’ organizzato direttamente dall’ufficio del gran capo e tutti, ma proprio tutti vengono a vedere il torneo. Anche Mandolina verrà, ne sono sicuro”

“Mandolina? Chi? Quella che lavora qui? Perché se ne è andata? Che coincidenza! Quando mi hai chiamato stavo proprio realizzando che saranno un paio di giorni che vengo qui e non mi pare di averla incontrata”

Lo sguardo serio di Faust si fa più intenso.

“Amico mio – nuovo profondo sospiro – sei più grave di quello che pensavo. Sono ormai quindici giorni, quindici, che vieni qui, dalla mattina alla sera e, sebbene tu creda che nessuno se ne sia accorto, lo sanno tutti che stai sempre a fissare il bancone dove stava lei”.


domenica 6 marzo 2011

NON SO SE SOPRAVVIVERÒ' A QUESTA VITA - cronaca 7 (reloaded)

“Gabriele aspettami”

Mi ha salutato di fretta, quasi senza guardarmi. Avevo un’infinità di domande da porgergli, ho capito che qui non esiste il matrimonio e neanche la coppia fissa, ma almeno il numero di cellulare alla Sharapova lo dovevo chiedere? “When in rome do as the romans do” diceva la prof di inglese ma, appunto, come usano questi “romani”? Non volevo far figuracce, anche perché avevo intenzione di tornare qualche altra volta all’Apocalipse Bau e aiutarla di nuovo a mettere a posto, per poi accompagnarla a casa, facendo il giro largo come ieri sera.

“Non mi posso fermare, scusami”.

Tutta questa frenesia era sospetta, seppur passato a miglior vita sono sempre un giornalista, anzi, in vita dicevano che ero uno dei migliori, e l’istinto rimane.

“Ti accompagno” gli ho fatto sorridendo, in modo da poter continuare ad incalzarlo con le domande.

Gabriele era così eccitato che non si concentrava a leggermi i pensieri e quindi, con mestiere, sono riuscito a farlo sbottonare. Anzi sembrava felice di raccontarmi che era stato convocato in alto loco per un incarico delicato e della massima importanza, ossia?

Eh, mica mi poteva dire tutto e subito, mi dovevo accontentare di sapere che erano in atto grandi cambiamenti. La dirigenza aveva deciso che bisognava cambiare i piani di sviluppo dell’intera organizzazione. Sento puzza di bruciato, tanto per far vedere che conosco tutti i clichè del giornalismo, e insisto a chiedere e alla fine Gabriele si ferma e mi spiega la vicenda.

“Insomma questo qui, questo Mister Potter, così dice di chiamarsi, che poi è il simulacro di uno che sulla terra fa il consulente finanziario, ha spiegato alle alte sfere che è proprio in questi momenti di stagnazione, così l’ha definito, stagnazione, quando tutti si ritirano, che bisogna scommettere, bisogna investire. L’investimento più sicuro, ce lo ha garantito sulla base dell’esperienza di quello sulla terra, è, senza ombra di dubbio, il mattone. Il mattone non tradisce mai, così ha detto e quindi ha preparato un piano finanziario per il reperimento dei fondi necessari per l’operazione che ha proposto. Tutto scritto, tutto graficizzato. Tempi, soldi necessari, finanziatori. Niente lasciato al caso. Questo Mr Potter ha una mente sopraffina. Ha preparato il project financing di tutto l’intervento da realizzare appaltando tutto ad imprese sulla base di una regolare gara. Tutto regolare, tutto scientifico.

“Sì, vabbè, ma che cosa vi ha proposto di costruire questo Mr Potter? Volete costruire un grande albergo sul lago di Tiberiade, una serie di villette a schiera, un grattacielo? Che proposta ha fatto?”.

“Di più! Te l’ho detto che ha una mente sopraffina”.

“Si, ma cosa? Il Paradiso 2?”:

“In un certo senso, sì. Ha proposto alle alte sfere di realizzare il Purgatorio!”.

“Come?” faccio bloccandomi sul posto.

Gabriele è un po’ infastidito, alza gli occhi e un fremito gli percorre le ali. Evidentemente si è reso conto di aver parlato troppo.

“Veramente, questa era una notizia riservata, non avrei dovuto lasciarmela scappare”.

“Notizia riservata? Capisco che sia una notizia riservata. Quello che non capisco è il motivo. L’altro giorno mi avevi fatto un discorso diverso”.

“Che vuoi che ti dica? Ci sono state lamentele e pure tu mi pare hai partecipato a qualche episodio un po’ vivace o sbaglio?”.

Le scene viste all’Apocalipse Bau, in effetti, sono state abbastanza forti.

“E quindi?”

“E quindi le alte sfere hanno pensato che la realizzazione di un Purgatorio, anche se poco più che simbolico, sarebbe stata un buon sistema per aggiustare le cose”.

“Un luogo di punizione, insomma”.

Le ali di Gabriele tradiscono un fremito ancora più forte di quello precedente, tanto che l’arcangelo si libra in aria per qualche istante.

“No, insomma, in un certo senso, ma non solo. E’ ormai necessario instituire anche un luogo-filtro che regoli le entrate e che prepari le anime alle regole minime della convivenza in paradiso”.

“E questo lo hanno pensato sempre le alte sfere?”

“Già”

“Ma chi sono queste alte sfere? Io credevo che fosse sotto il SUO controllo…”

Gabriele mi guarda perplesso. E’ consapevole di essersi lasciato andare troppo e vorrebbe interrompere qui, ma ormai si rende conto che non può lasciare il discorso così in sospeso.

“ La realtà è molto complessa e difficile da spiegare”.

“Provaci”.

“Cominciamo dall’inizio. Ti sei mai chiesto, quando eri ancora sulla terra, se altri pianeti o luoghi dell’universo ospitassero altre forme di vita?”.

“Sì, anzi ero fermamente convinto che non potevamo essere soli. Sarebbe stato da egoisti e presuntuosi pensare che tutto il cosmo fosse stato creato solo per noi”.

“Giusta osservazione”.

Sorriso compiaciuto da parte mia. Mi piace fare la figura della persona intelligente.

“ E non ti sei mai chiesto come mai in Paradiso ci siano solo esseri provenienti dal pianeta Terra?”

No, da bravo terrestre, egoista e presuntuoso, non mi ero mai posto questa domanda. La faccia che sto facendo deve essere davvero comica perché Gabriele esplode in una risata clamorosa.

“Voi umani. Fate sempre la stessa espressione quando vi si spiega questa banalità”.

“Ma vuoi dire che esiste un altro paradiso?”

“No, proprio non ce la fate a non essere Terra-centrici” e scuote il capo aureolato.

“Vuoi dire che esiste un Paradiso per ogni pianeta?”

“Sì, e non solo, ma per ora ti basti sapere che questo che ti ha già sconvolto abbastanza. Mi raccomando: discrezione assoluta”. Gabriele continua a ridere fragorosamente mentre mi saluta con la mano lasciandomi inchiodato alla mia espressione stupita.

domenica 27 febbraio 2011

NON SO SE SOPRAVVIVERÒ' A QUESTA VITA - cronaca 6

Avevo passato il pomeriggio in Biblioteca, a sfogliare le prime pagine della documentazione che avevo richiesto su i misteri d’Itala ed era stato tutta una serie di ovvie conferme alternate a scoperte stupefacenti. E chi se lo sarebbe mai aspettato che la nota soubrette fosse implicate nel traffico mondiale di sostanze radioattive? Tutti pensavamo che quelle fossero semplici pajettes.

Mandolina aveva già un appuntamento per quella sera, e Caravaggio già mi squadrava torvo, così mi ha proposto di contattare una sua amica per una serata in un locale.

Il simulacro della Brunetta dei Ricchi e Poveri organizzava un’uscita a quattro e aveva bisogno di un accompagnatore per Mata Hari. Hammurabi, un tipo silenzioso ma simpatico e mooolto generoso a sentire lei, avrebbe completato il quartetto. Appuntamento davanti al locale “Apocalipse Bau”, il cui proprietario era ovviamente cinofilo e cinefilo.

La brunetta era un ciclone di parole, mentre Mata tutto un gioco di sguardi e ammiccamenti e Hammurabi, dopo un grugnito di saluto, si è chiuso nel suo personaggio di statua vivente o quasi.

Almeno mezz’ora per entrare, si era formata una coda. Coppi e Bartali si erano incontrati sull’ingresso e ognuno dei due voleva cedere il passo all’altro. “Prima tu, prego” “Ma no, prima tu” “Io non oserei mai passarti davanti” “Figurati se io ti costringerei a guardare il mio di dietro”. Alla fine sono riusciti a coordinarsi per entrare contemporaneamente anche se con una certa fatica.

Il locale era pieno di gente e di una luce forte e calda, molto accogliente, ma che almeno all’inizio non mi permetteva di capirne le dimensioni. Ci siamo seduti al bancone, piuttosto largo che sembrava svilupparsi in lunghezza senza fine con una schiera di barman a servire da bere. Con una certa sorpresa mi accorsi che sarebbe stato il simulacro della Sharapova ad occuparsi del nostro servizio.

Stavano allestendo il palco per la band che avrebbe suonato e la Sharapova ha cominciato a servirci. Causa lo spessore del balcone era costretta ad allungarsi per porgerci le bevande e ad ogni allungo emetteva il suo famoso gemito – “Ah!” – che ha reso così popolare il tennis tra schiere di maschi che prima avevano sempre snobbato la racchetta e il suo mondo.

La brunetta parlava, parlava e ogni tanto prendeva la mano di Hammurabi, che al contatto cominciava a sorridere addolcito e un po’ beota, per poi, quando le mani si staccavano, tornare nel suo personaggio di statua. Mata, oltre a comunicare con lo sguardo, ogni tanto cercava di emettere delle frasi di cui però riuscivo solo a percepire il suono, tanto erano sospirate a mezza bocca, ma non ne afferravo il senso. Guardandola negli occhi però era facile capire l’intenzione. Piuttosto “burrosa” la Mata, forse perché anche quassù è vietato fumare nei locali, e non solo l’praticamente dappertutto, e il suo bocchino - dotato di una sigaretta finta, quelle fatte di chewingum - non le bastava come surrogato e, quindi, aveva finiti tutti i salatini e stuzzichini vari. Da bravo cavaliere provvedevo a chiederne ancora alla Sharapova così che questa, sempre impeccabile nel servizio, si allungava con l’effetto collaterale già descritto, rendendomi dolce la serata.

“Bello il locale, vero?” chiedeva conferma la brunetta ogni cinque minuti.

“…..” concordava Hammurabi

“Non male anche se ho visto di meglio” per una volta scandiva nette le parole la Mata.

“Ah!” si allungava la Sharapova

“Bello sì, venite spesso qui?” il mio sforzo per tener viva la conversazione.

E la Brunetta cominciava a fare l’elenco di tutti i locali che frequentava con annessa classifica suddivisa per generi, qualità del servizio, gente che li frequentava ecc. ecc. . L’annuncio dell’inizio del concerto ha interrotto quel fiume di parole.

La band era quanto di più eterogeneo potessi immaginare: alla voce Vittorio Alfieri, Ritchie Blackmore alla chitarra, W.A. Mozart alle tastiere, alla batteria uno vestito da Spiderman, al basso Madre Teresa di Calcutta. L’inizio fu mozzafiato: la voce di Alfieri veniva trascinata in alto dalla chitarra virtuosissima di Blackmore, e sostenuto dalla sezione ritmica intensa e pulita, il tutto nell’atmosfera armonica e magica costruita dall’Hammond di Amadeus. Sorpreso dall’attacco del concerto ho sorriso verso la Brunetta, proponitrice della serata. Questa mi ha ricambiato con uno sguardo che mi ha stupito a sua volta, tipo “speriamo bene”. Troppo incuriosito mi sono avvicinato a lei non badando allo sguardo in tralice di Hammurabi e le ho chiesto il motivo.

“Se quelle due teste matte non si mettono a sperimentare, va tutto bene”

Ha risposto lasciandomi con i miei dubbi, ma ho lasciato cadere la cosa anche perché la Sharapova continuava a servirci sempre gratificandomi col suo gemito che, ora coperto dalla musica, mi gustavo guardando il movimento delle labbra. Quando se n'è accorta mi ha sorriso. Da quel momento non ho più badato a quello che succedeva nel locale, guardano solo lei e continuando a scambiarci sorrisi. Almeno fino a quando la baraonda non mi ha svegliato al mio sogno ad occhi aperti.

Sul palco succedeva l’incredibile. Madre Teresa aveva strappato la chitarra di mano a Blackmore e aveva cominciato un assolo col distorsore da brividi, il batterista si era completamente denudato ad eccezione della maschera e di un tanga leopardato, Mozart, dopo aver legato Alfieri allo sgabello del pianoforte, si era impossessato del microfono e rappava. Il pubblico in delirio, soprattutto quando Teresa ha cominciato a fare salti tipo Pete Townshend e uno vestito con una toga, Caligola mi hanno detto dopo, è salito sul palco e si è tuffato sul pubblico. Adesso era Teresa a rappare e Amadeus con l’altro microfono le faceva un tappeto ritmico a rutti , il batterista abbandonato lo strumento si improvvisava cubista danzando sull’organo Hammond, mentre Blackmore tentava di accompagnare in sottofondo con l’ocarina. Tutto il locale ballava e un gruppo di martiri dei primi cristiani, con tanto di leone al seguito, è salito sui tavoli danzando freneticamente seguito da un altro gruppo composto da carmelitane scalze che quando sono state invitate a scendere dalla security hanno detto di no perché qualche scalmanato aveva rotto dei bicchieri e loro non volevano ferirsi.

Nella bolgia il nostro quartetto si è perso di vista. Io non mi sono disperato, anzi. Ho pensato che valesse la pena aiutare a metter a posto e, magari, aspettare la Sharapova. Lei ha apprezzato il mio gesto e quando le ho chiesto se potevo accompagnarla a casa, m’ha guardato negli occhi e m’ha risposto:

“Ah!”

mercoledì 19 gennaio 2011

NON SO SE SOPRAVVIVERO’ A QUESTA VITA - Cronaca 2

Cronaca 2. Era qualche giorno che non vedevo Gabriele. Me lo vedo arrivare di corsa con le ali tutte arruffate. Cenno di saluto e si infila in un settore chiuso con una transenna. Dopo qualche minuto lo vedo uscire molto più rilassato che mi viene incontro allegro come al solito, almeno quando non va in giro con lo spadone fiammeggiante per servizio.
“Allora, ti stai ambientando?”.
“Facile ambientarsi qui, è tutto sereno, tranquillo, a parte…”.
“A parte cosa?”.
Essendo novizio volevo chiedere informazioni sul paradiso, Gabriele era disponibile, si capiva dal suo sorriso, ma aspettava che io chiedessi.
“Be’, ma se questo è il paradiso dove sono purgatorio e inferno?”.
“Non esistono”.
“Come? Mi prendi in giro?”.
“Ma figurati. Hai un’idea i costi di gestione che ha questo posto? L’amministrazione non poteva permettersi di aprire altre due attività. Almeno per ora”.
“E quindi le anime dei trapassati sono tutte qua?”.
“Certo. Dove vuoi che vadano?”.
“Quindi buoni e cattivi tutti insieme?”.
“Tutti insieme”.
“Quindi assassini e vittime, ladri e onesti, violenti e pacifici, …”.
“Tutti, basta con questo elenco, tutti!”.
“Ma non è giusto!”.
“CHI HA DETTO CHE NON E’ GIUSTO?”.
“Scusa Signore, volevo dire che mi sembra strano, tutte quelle storia che nell’aldilà, che prima era l’aldiquà e cioè sulla terra, ci raccontavano sull’aldiquà che prima era l’aldilà….insomma sono confuso”.
“ Non devi prenderla così. – mi rassicura Gabriele - Può essere anche molto divertente. Siamo in paradiso quindi tutti, per timore di essere cacciati chissà dove, si comportano bene. Pensa che Hitler viene invitato a cena tutte le sere da una famiglia ebrea. Lui per buona educazione non può rifiutare che altrimenti teme di andare all’inferno. Tutti sanno che è vegetariano e soffre di ulcere e gastrite. Puntualmente gli preparano piatti di carne, speziatissimi e piccantissimi. Certe coliche la notte! E praticamente tutte le notti. Le risate”.
“Posso chiederti ancora una cosa?”.
“Certo”.
“Sei uscito adesso da quella zona lì chiusa da transenne, mi chiedevo perché è vietato entrare. E’ il giardino proibito?”.
“Ma no! Non è vietato entrare. E’ vietato uscire da lì”.
“No, Gabriele, non capisco”.
“Stanno girando uno spot pubblicitario”.
“Ah, e cioè?”.
“Hai presente quelli che vedevi in tv con attori e presentatori che pubblicizzano qualche cosa, un’auto, un caffè e vogliono far credere di trovarsi in paradiso?”.
“Si certo, li davano in continuazione”.
“Proprio quelli. Li girano qui in paradiso”.
“Scusa Gabrie’ ma rischio davvero di cascare dalle nuvole, ma in senso letterale”.
“Ti ho già spiegato che i costi di gestione di questo posto non sono pochi, e allora, per incassare qualche soldo, ci siamo inventati questa specie di agenzia che realizza ambienti ed effetti speciali per qualunque produzione televisiva o cinematografica. Tanto quelli vogliono girare in paradiso e noi li facciamo girare in paradiso. Mica è una truffa. La chiamano “postproduzione” mi pare, ma non sono sicuro perché io non c’entro con questo settore. Fanno delle cose incredibili lì dentro”.
“Ne girano molti?”.
“Figurati! Hanno tantissimo lavoro. E mica solo spot pubblicitari, anche cinema. Prima portavo un messaggio per un’altra produzione di fantascienza, che in quella siamo specializzati. Hai presente Star Wars, con tutti quegli effetti, quei botti, quelle esplosioni? Altro che Lucas, le abbiamo fatte qui. Per quel tipo di lavoro abbiamo Santa Barbara che modestamente se ne intende di botti ed esplosioni. Comunque adesso dobbiamo andare”.
“Dove?”.
“Picnic! Non ti ricordi che avevamo appuntamento qui con gli altri per una merenda sul prato?”.
No, non mi ricordavo ma prima che Gabriele possa cominciare a prendermi in giro, che ormai sembra il suo hobby preferito, arrivano gli altri.
Lucrezia Borgia s’era offerta di preparare spuntini per tutti e appena Mino “Cetriolino” Baldi – comico televisivo noto soprattutto per il tormentone “mi piace il cetriolino” - è partito con una battuta delle sue, tanto banale quanto cretina, Marco Antonio, che come stazza rende onore al suo nome, gli ha mollato una sberla a mano aperta sulla nuca stendendolo.
Gabriele, prevedendomi, m’ha subito spiegato che no, Mino Baldi non è ancora morto, quello era il suo simulacro che, come per ognuno, “nasce” in paradiso contemporaneamente alla nascita sulla terra. Alla morte le due parti si ricongiungono. Alla vista della mia espressione perplessa di nuovo ha anticipato la mia domanda rispondendomi che col tempo capirò bene come e perché, per adesso mi bastava rendermi conto della situazione.
“Quindi – ho pensato - qui posso incontrare tutti quelli che conosco, anche se sono ancora vivi” .
“Si - ha risposto Gabriele, che questa storia che mi leggeva nel pensiero ancora non me l’aveva spiegata e si divertiva alle mie spalle – e puoi continuare i discorsi interrotti perché i simulacri sono perfettamente consapevoli di quello che fa la loro parte terrena.
Lucrezia aveva appena finito di apparecchiare e, mentre Marco Antonio le sbirciava il decolté con la scusa d assicurarsi che non ci fossero sorprese strane, Baldi – appena ripresosi – consumava uno dei due “ciao, cetriolino” giornalieri che gli erano concessi per salutarmi.
Io ormai ero distratto dal pensiero che potevo incontrare di nuovo tutti quelli che conoscevo e, magari riprendere il discorso con quella inchiostratrice con la vita stretta e occhi a mandorla a proposito di reportage a fumetti da realizzare insieme.
“Come faccio ad incontrarli, il paradiso è grande” ho chiesto speranzoso.
“Niente fretta – mi fa il Gabri che stavolta, evidentemente distratto dall’immagine della ragazza che avevo visualizzato mentalmente, non mi ha preceduto – poi ti spiego come funziona quella specie di FaceBook che abbiamo qui. Intanto godiamoci questa tarte Tatin che Lucrezia ha appena servito”.
E’ stata una bella giornata e al ritorno abbiamo incrociato Gandhi mentre incoraggiava Hitler, sconsolato, che si recava all’ennesima cena.
“Tranquillo, Adolf – gli gridava dietro il Mahatma – che la signora Kugelmass ci tiene troppo al suo pepe di cayenna per consumarlo tutto in una sera”.

sabato 1 gennaio 2011

SOGNO

Cammina davanti a me lentamente e io la seguo a poca distanza. Si ferma e si volta a guardarmi. Pochi istanti di riflessione poi viene verso di me con gli occhi fissi sui miei. Si ferma davanti al mio viso, quasi le punte dei nasi si sfiorano. Pochi istanti ancora e mi gira intorno, si pone alle mie spalle e mi sussurra
«Chiudi gli occhi».
Poi sento che mi prende le mani, mi fa allargare le braccia, prende un respiro infinito e ci alziamo in volo. La sensazione è talmente forte che mi toglie il respiro e ho paura di aprire gli occhi. Poi lo faccio e vedo.
Voliamo insieme, sovrapposti, lei sopra di me, sento la proiezione del suo corpo sul mio. Forse è più giusto dire che lei mi trasporta in volo anche se non mi tocca. Come se mi avesse inglobato nella sua aura. Dall’alto vedo la città delinearsi nei suoi cerchi concentrici originali violentata da tracciati più recenti che non hanno saputo rispettarne l’antico disegno. Ci abbassiamo nel nostro volo gemellato e percorriamo i canali costituiti dalle facciate degli edifici. Non esistono altri esseri umani, anche se noi in questo momento non possiamo considerarci tali.
Planiamo nella piazza centrale fino sull’acqua della fontana e sento crescere un senso di grave malinconia in lei. Poi, quasi con uno strappo, mi riporta in quota.
Voliamo sulla campagna irreggimentata dai canali e dalle scoline, verso il mare, e seguendo la teoria dei laghi costieri, fino ad un’altra città appoggiata su uno dei laghi. La città è situata verso l’interno e per raggiungere il mare è costretta a scavalcare il lago con un lungo ponte in cemento. Con un lento volo radente percorriamo quest’altra città, anch’essa priva di vita, poi il ponte con un’accelerazione che mi impedisce il respiro, fino alla duna per poi impennarci in un volo verticale che mi stordisce.
Mi ritrovo solo in volo, dentro una nuvola. Mi sento perduto, riesco a gestire il mio volo ma non so dove andare. Il respiro bloccato in gola, volgo lo sguardo in ogni direzione ma non vedo nulla.
Perso nelle spire nebbiose, vedo improvvisamente davanti a me una roccia e mi abbraccio a questa come un naufrago tra le onde si aggrapperebbe ad un relitto galleggiante. Aderisco completamente con tutto il mio corpo a quell’appiglio tanto bramato mentre ansimo cercando di recuperare me stesso e la mia calma.
Quando sento che il mio cuore ha ricominciato a pulsare ad una velocità normale apro gli occhi cercando di capire dove sono. Le brume si allargano lentamente rivelandomi che sono aggrappato alla cima di un promontorio e davanti a me si allunga una terra verdeggiante la cui parte più lontana è ancora avvolta dalle nebbie.
Comincio a scendere dalla cima, più vado verso il basso e più le rocce sono mischiate a morbida terra in cui il mio piede affonda. Avvicino il mio volto a quelle zolle e mi accorgo che quelli che credevo arbusti sono in realtà alberi in miniatura e in mezzo a loro ogni tanto una minuscola casetta grande come la mia mano.
Più scendo verso valle e più gli alberi si ingrandiscono e così tutto il resto fino a che, quando sono alle pendici del monte, la casa che mi si para davanti e grande a sufficienza perché io possa entrarci. Una casa di campagna, con il tetto di paglia, come quelle del nord Europa.
La porta è aperta. Entro, sento le voci. Le seguo. Entro nella stanza dove molte persone stanno festeggiando qualcosa e non badano a me. Mi sento sollevato e cerco acqua da bere. Una mano si allunga verso di me con un bicchiere pieno, fresco ed invitante.
Mi giro. E’ lei.

sabato 4 dicembre 2010

NON SO SE SOPRAVVIVERO’ A QUESTA VITA - Cronaca 1

Come sono arrivato qua non me lo ricordo, come non ricordo tante altre cose. La testa mi gira, i ricordi affiorano lentamente e alla rinfusa. Mi chiamano Dirtydancing e, anche se mi suona strano, rispondo sempre, sorridendo. Meglio assecondare fino a che non mi si schiariscono le idee.
Quando ho chiesto per la prima volta dove mi trovavo il tipo vestito di bianco - almeno credo poiché, a causa dei giramenti di testa, mi sembrava di vederlo in mezzo ad una nebbiolina – mi ha guardato per un po’ prima di rispondermi:
“Ma siamo in Paradiso, no?” con un tono che sembrava una bonaria presa per i fondelli. E quando anche il secondo e il terzo mi hanno risposto così ho deciso che, almeno per adesso, è meglio assecondarli. Meglio aspettare di recuperare tutte le facoltà fisiche e mentali prima di andare a fondo alla faccenda e capire che posto è questo e perché ci son finito. Per ora, quindi, va bene e non mi ribello all’idea che questo sia il Paradiso. E’ il dubbio che lo sia sul serio m’è venuto proprio l’altro giorno quando, credo, di aver quasi incontrato il “padrone di casa”.
Mi trovavo nel retro di un’osteria, “La buona novella e il buon novello” mi pare che si chiamasse. Me ne stavo per i fatti miei quando altri quattro, che si trovavano lì a cena, hanno deciso di mettersi a giocare a poker.
“Niente americanate!”
ha subito chiarito uno in modo burbero, con una voce un po' adenoidea, indicando il suo dirimpettaio. L’altro ha aspirato dal sigaro, gli ha soffiato il fumo in faccia e l’ha rassicurato:
“Ovvio, Mike. Solo il buon vecchio poker angelicato”.
Ho cominciato ad osservarlo. Capelli neri pettinati con la riga in mezzo, occhiali tondi e nasone baffuto. E poi giacca, cravatta, pantaloni alla cavallerizza e stivali. Quello si è accorto che lo studiavo, si è messo a ridere e m’ha subito invitato al loro tavolo.
“Ma sì che sono io – m’ha detto battendomi la mano sulle spalle con un certo vigore – sono proprio quello che tira la pistola a Dylan !”
E si è messo in posa prendendosi i lembi della giacca come se dovessi fargli una foto.
“Ti presento Charlie” ha detto indicandomi uno con una bombetta, baffetti e bastone, il tutto in bianco e nero.
“Oggi non parla perché è in versione prima maniera” e m’ha strizzato l’occhio come per dire che c’eravamo intesti.
Il terzo era ancora più curioso perché sedeva comodamente sulla sedia mischiando le carte mentre la testa era appoggiata sopra un vassoio posto sul tavolo.
“Questo è Johnny”. E poi m’ha bisbigliato nell’orecchio:
“Aveva perso la testa per una ballerina ma noi gliel’abbiamo ritrovata, come puoi vedere”.
Stringo la mano al corpo di Johnny mentre la testa mi guarda severa.
“E questo è Mike, un tipo un po’ burbero ma un vero artista”.
Alzo la mano per salutare ottenendo in cambio un grugnito. Hanno cominciato a giocare e io sono rimasto a guardare. Scommettevano forte e intanto chiacchieravano come vecchi amici.
Solo Charlie, sempre in bianco e nero con tanto di bombetta e bastone, non parlava ma continuava a ridere a crepapelle senza emettere suono. Si divertiva a far cadere la testa di Johnny dal tavolo ogni volta che quello si accingeva a guardare le carte per decidere cosa fare. Quello, senza testa, non poteva vedere ed era costretto a passare.
Il poker, si sa è un passatempo, una scusa per stare insieme e fare quattro chiacchiere.
“Mike - ha chiesto il tipo col sigaro ad un certo momento - ma quando sei arrivato qua che ti hanno parlato delle immagini che hai realizzato?”
“Immagini? I miei capolavori!” ha precisato deciso l’artista squadrandolo di traverso.
“Sì. I tuoi capolavori, tipo quelle cose che hai fatto alla cappella Sistina. Mi pare di aver sentito che il Capo si è lamentato per come l'hai ritratto. Lui si vede più giovane, almeno così dicevano due cherubini l'altro giorno".
Charlie intanto appoggiava la bombetta sulla testa di Johnny coprendogli gli occhi. Quello si arrabbiava perché non vedendo non riusciva a muovere le mani in modo giusto per liberarsene.
Mike non rispondeva, ma si vedeva che si stava innervosendo.
“E pure la storia del non finito. C’era Policleto l’altro giorno che ne discuteva con Canova. Da quello che ho percepito, secondo lui, era solo una scusa che ti saresti inventato per evitare di pagare gli aiutanti”.
Charlie dava le carte facendo il buffone e Mike ha cominciato a borbottare come una pentola di fagioli sul fuoco.
“Sai, pure la Madonna non è mica tanto contenta con quelle braccia muscolose del Tondo Doni. Preferisce l'atmosfera serena ma intensa, così la definita, serena ma intensa, de la vergine delle rocce. Le hanno sentito dire che il da Vinci sì, che le capisce le donne, e le madonne".
“Ma che da Vinci e da Vinci, - ha tuonato Mike - sempre con questo da Vinci che solo perché non era capace di disegnare bene s'è inventato lo sfumato! Se non glielo dicevo io, al da Vinci, di venire a studiare un po' di cadaveri, e quando imparava il grullo a fare il corpo umano, ma andasse a fare i giochi di prestigio per i principi!”.
Ormai era partito, bastava una piccola imbeccata.
“Eppure è apprezzato come scienziato …”
“Ma nun mi fa pensare a quella volta che dovevamo fare l'affreschi a Firenze, che s'è inventato pe' manda tutto ammonte! Ancora mi girano. E voi ogni volta mi fate 'ste storie! Basta, nun gioco più! E ripigliatevi pure i soldi. E Madonna! Ma guarda un po' maremma bonina...
“CHI USA QUESTO LINGUAGGIO IRRIGUARDOSO?”.
Una voce rimbombante con tanto di effetto luminoso: il signore ha tuonato a sua volta, come sa fare solo lui.
“Uffa, Signore. E tu che lo chiedi a fare che sai già tutto? Sono stato io, Michelagnolo.”
“MI MERAVIGLIO DI TE, MICHELANGELO. SEMPRE A FARTI PRENDERE IN GIRO DA GROUCHO. MA NON HAI CAPITO CHE QUANDO STAI VINCENDO A POKER ANGELICATO TI FA ARRABBIARE COSÌ MOLLI TUTTO E GLI DEVI RESTITUIRE I SOLDI? E TU CHARLOT, PIANTALA DI NASCONDERE LA TESTA A SAN GIOVANNI DECOLLATO CHE L'ALTRO GIORNO ME LA SONO RITROVATA NEL BUCATO. VI SISTEMO PER BENE A VOIALTRI, UNO DI QUESTI GIORNI.”
Per un attimo mi sono preoccupato ma subito Mike, che s’era rabbonito, mi ha rassicurato:
“Tranquillo. Dice sempre così, ma in fondo l’è un bonaccione, ci perdona sempre”.
Mah. Sarà. Io ero e sono sempre più perplesso e confuso. Adesso, non so bene perché, mi aspetto che da un momento all’altro spunti qualcuno desideroso di offrirmi un caffè.

domenica 10 ottobre 2010

GRANDI OCCASIONI

“Ciao”
“Ciao. Adesso il tuo avvocato ti da il permesso di sederti vicino a me?”.
“Valeria è prima di tutto la mia migliore amica. In questa circostanza è anche il mio avvocato”.
“A me ha sempre ricordato un cane da caccia con quel suo modo di puntare il naso in avanti”.
“E’ sempre stata un po’ altezzosa, questo è vero. Ma è un’amica sincera”.
“Che non mi ha mai sopportato. Almeno dal giorno in cui ti ho sposato”.
“Sei ingiusto con lei”.
“Forse. Ma non è per questo che hai deciso di divorziare”.
“Ne abbiamo parlato abbastanza, non credi?”.
“Sì. Anche se io ancora non riesco a capire bene. Ma ormai siamo qui. Oggi è il gran giorno. Emozionata?”.
“Sì. Ed evidentemente anche tu, visto che oggi parli, dopo anni di mutismo”.
“Forse non avevo argomenti interessanti”.
“Già. Forse. O forse non trovavi interessante parlare con me”.
“Io ho sempre adorato ascoltarti”.
“Per questo mi lasciavi da sola nei miei interminabili monologhi? Tu mai che avessi qualcosa da dirmi, da raccontarmi. Mai qualcosa da condividere con me. Mai che mi parlassi di te, del tuo lavoro. Sì, lo so, il segreto di ufficio o come diavolo si chiama. Ogni volta che seguivi un caso avevi una faccia da funerale. Ti chiudevi come una tomba. Mi sembrava, ogni volta, di vivere con il colpevole di ogni delitto che vedevo al telegiornale o leggevo sui giornali”.
“Non alterarti che il cane da caccia ti sta puntando con il suo naso”.
“Stupido. Però è vero, anche a me ha sempre ricordato un cane che punta un osso, con quel modo strano con cui tiene alto il mento e muove la testa”.
“Ho sempre immaginato che quando vi incontravate, le mettevi il guinzaglio e la portavi a passeggiare nel parco. E, mentre tu ti sfogavi contro di me, lei faceva i bisogni nei cespugli”.
“Che idiota”.
“Però ti ho fatto ridere. Ma davvero non ti ho mai raccontato nulla del mio lavoro?”.
“Mai. Solo una volta, appena sposati, accennasti ad un’indagine. Avevi cominciato a raccontare poi, però, ad un certo momento, non mi dicesti più nulla, anche se io chiedevo ogni giorno. Tu, invece, muto. Evidentemente non mi ritenevi più degna. Ma, probabilmente, non ti ricorderai più”.
“Il caso del macellaio di via Marchiafava. Ricordo benissimo”.
“Sì. E’ vero. Mi avevi parlato di un macellaio. All’inizio mi raccontavi tutto. Io mi emozionavo ad ascoltare il tuo racconto. Ti aspettavo con ansia la sera per sapere quello che avevi scoperto. Ma chi era stato ucciso?”.
“Abbiamo tempo credo. Te lo posso raccontare con calma. Era in agosto, un’estate molto calda. Eravamo da poco rientrati dalla luna di miele e io avevo appena preso servizio in questa piccola città di provincia dove era stato assegnato e dove ti ho portato a vivere. Vice-dirigente della Squadra Mobile Sezione omicidi. Era il primo passo di quella che sognavo potesse essere la mia carriera. Aspettavo solo l’occasione per poter chiedere il passaggio al Servizio Centrale Operativo a Roma, il mio vero obiettivo. Mi serviva solo una possibilità. Quel giorno stavo in ufficio con Di Sabato che commentava ancora le partite del mondiale di calcio, quello di Spagna. Era felice della vittoria perché finalmente vedeva tante bandiere in giro. Era fissato con il calcio, il maresciallo Di Sabato, e pure con le bandiere. Aveva quella del Napoli attaccata dietro la sua scrivania. Aveva appena finito di rievocare la semifinale con la Polonia e stava per attaccare con il suo personale resoconto della partita con la Germania quando arrivò la telefonata. Il cadavere di un uomo era stato ritrovato nel suo appartamento, in via Eroi del Lavoro, proprio a due passi dalla questura. Era il primo caso importante che potevo gestire da solo, insomma la mia grande occasione. Potevo mettermi in luce, finalmente. Ero così eccitato che volevo andare a piedi, ma il maresciallo mi ha dirottato alla macchina di servizio. Arrivammo sul posto contemporaneamente all’ambulanza. Di corsa su, al terzo piano. Sul pianerottolo abbiamo trovata una donna, pallida come un cadavere, che tremava e non riusciva a parlare. Ci ha indicato la porta aperta. Nel salotto c’era il cadavere di un uomo, il fratello della donna”.
“Poveretta, era sotto choc”.
“Quando si è ripresa siamo riusciti ad interrogarla. Ci ha detto che era andata a trovare il fratello perché non lo sentiva da diversi giorni e si era preoccupata. Aveva avuto ragione a preoccuparsi perché era morto, una coltellata gli aveva spaccato il cuore”.
“Ma chi poteva essere stato secondo lei?”
“Non aveva sospetti. Suo fratello era la classica brava persona che non aveva nemici. Vita tranquilla, da scapolo”.
“Mi ricordo che la sera quando sei rientrato eri turbato”.
“Ero molto perplesso. La scena del delitto aveva qualcosa che non quadrava”.
“In che senso?”.
“Tutto l’appartamento era sottosopra come se qualcuno avesse cercato qualcosa nei vari cassetti”.
“Una rapina, allora”.
“Il cadavere era nel salotto a faccia in giù. Il coltello gli era penetrato quasi fino al manico perché cadendo ci era finito sopra ed aveva attraversato tutto il corpo. Non era un normale coltello, uno di quelli che si trovano comunemente dentro casa”.
“E che coltello era?”.
“Ricordo perfettamente i dettagli. Era un coltello con lama appuntita e leggermente ricurva verso l’alto. Una lama lunga, mi pare 22 centimetri. Il manico era in acciaio zigrinato. Non avevo mai visto un tipo di coltello del genere. Il cane da caccia ci sta osservando e sorride”.
“E’ contenta, lasciala sorridere. Cosa altro ti lasciava perplesso?”.
“La sorella aveva detto che aveva trovato la porta chiusa. Ma non a chiave dall’interno. Come se qualcuno, uscendo, l’avesse chiusa tirandosela dietro dal pomello esterno”.
“C’erano impronte digitali su quel pomello?”
“Solo quelle della sorella”.
“E basta?”
“Già. Qualcuno l’aveva pulito, dopo aver richiuso”.
"Il rapinatore, sicuramente”.
“C’era già stato qualche caso di ladri sorpresi in casa. Quando era accaduto, erano scappati immediatamente. Se c’era stata una colluttazione e ci scappava un ferito, o peggio un morto, il ladro scappava il più velocemente possibile, preso dal panico. Mica sono degli assassini dal sangue freddo che si mettono a far sparire le tracce. E poi, di solito, già portano i guanti, perché fermarsi a ripulire il pomello?”.
“Giusto. Allora non è stato un ladro di appartamenti, uno di quelli esperti almeno. E cosa avete fatto, allora?”
“Ci siamo concentrati sull’arma del delitto. Micheluzzi, quello della scientifica, te lo ricordi? Venne anche a pranzo a casa nostra. No? Non fa niente, Comunque Micheluzzi non aveva dubbi: era un coltello da macellaio del tipo francese. Un coltello di tipo professionale, insomma”.
“Ricordavo bene che c’entrava un macellaio, allora”.
“Già. Lì vicino, in via Corridoni, c’era un macellaio. Avremmo cominciato a controllare quello. Andammo io stesso e Di Sabato a parlare con il macellaio. Fingendoci clienti, cominciammo a fare domande sui tipi di coltelli che usava. Mi sono fatto una cultura sui coltelli da disosso, coltelli per carne surgelata, mannaie, mannarette, coltelli colpo, coltello mezzo colpo e compagnia bella. Quando gli ho chiesto del tipo francese si è irrigidito e ha cambiato espressione. Ma lei chi è? Mi ha chiesto indicandomi con la punta del coltello. Quando gli ho mostrato i documenti è diventato ancora più nervoso. E mi ha mostrato che nel raccoglitore dei coltelli c’era uno spazio vuoto. Era incavolato nero, era convinto che qualcuno glielo avesse sottratto di nascosto. Aveva pensato uno scherzo o a un dispetto”.
“E mancava proprio uno del tipo dell’arma del delitto?”.
“Mancava proprio uno del tipo francese, come l’arma del delitto”.
“E sul coltello c’erano le impronte digitali del macellaio?”
“E sul coltello c’erano le impronte digitali del macellaio, certo”:
“Allora era stato lui!”
“Allora era stato lui ad usare quel coltello, certo. Ma non è altrettanto certo che lo abbia usato per uccidere il nostro uomo”.
“Ma non c’erano altre impronte sul coltello?”
“No, praticamente quelle riconoscibili erano solo quelle del macellaio. Ma questo l’avremmo scoperto in seguito quando lo avremmo ufficialmente accusato. Intanto dovevamo procedere con cautela. A quel punto i sospetti erano leciti. Per la notte del delitto inoltre il macellaio non aveva un alibi. All’inizio aveva detto di essere rimasto a casa quella sera, ma nessuno l’aveva visto rientrare. Poi si era corretto e aveva detto di essere andato a fare un giro in moto di notte, ma da solo e quindi nessuno poteva confermare. Niente alibi, quindi. Mancava solo il movente”.
“E che movente poteva avere ?”
“Si uccide sempre per gli stessi motivi: soldi o amore”.
“Per gelosia, vorrai dire. E questo delitto, fu un delitto per soldi o per gelosia?”.
“La vittima era un quarantenne, scapolo. Impiegato presso un ente statale per i contributi all’agricoltura. Il macellaio conosceva la vittima. Secondo le testimonianze raccolte frequentavano lo stesso bar, ma sembra che fosse una conoscenza superficiale, nessuno li ha mai visti seduti allo stesso tavolo. Qualche volta, negli ultimi tempi, l’impiegato era andato a fare compere nel negozio del macellaio.
“E il macellaio? Che tipo era?”
“Il macellaio pare fosse uno che piaceva alle donne e a cui piacevano le donne. Un tipo abbastanza atletico, un passato da giocatore di calcio delle serie semiprofessioniste. Scapolo anche lui, cambiava spesso partner senza grossi problemi. L’impiegato invece conduceva una vita ritirata. Nessuna donna nella sua vita. Due persone completamente diverse. Che interesse poteva avere il macellaio ad uccidere una persona così innocua per lui?”.
“Davvero un mistero, allora. Non siete riusciti a trovare alcun legame tra loro?”.
“Niente che li unisse almeno fino a quando la signora che abitava al piano di sotto dell’impiegato non ci confidò che lei aveva avuto l’impressione che anche quel signore, così grigio e anonimo, con una vita così regolare, aveva avuto un cambiamento negli ultimi tempi. Aveva comprato una macchina nuova, una Fiat 128 bianca, sorrideva più spesso ed era più profumato”:
“Aveva vinto al totocalcio?”.
“Qualcosa di più sconvolgente, secondo la signora del piano di sotto”.
“E cioè?”
“Si era innamorato”.
“E di chi?”
“Una vedova, una che abitava nello stesso isolato, nel palazzo dirimpetto al suo rispetto al cortile interno. Lei stava al quinto piano”.
“E si frequentavano?”
“Nessuno li ha mai visti insieme, ma, oltre alla signora del piano di sotto, anche il carrozziere di fronte al bar, la fioraia e altri ancora, avevano notato che l’impiegato cambiava espressione ogni volta che vedeva la vedova e la salutava con grandi sorrisi”.
“E lei ricambiava?”.
“Sempre secondo i testimoni, lei se ne accorgeva appena di lui. Ricambiava il saluto e basta. Quando l’abbiamo interrogata, ci ha confermato che lo conosceva di vista, ma non sapeva neanche il suo nome”.
“E il nome del macellaio?”
“Brava. Quello lo conosceva benissimo. Infatti, uscivano insieme. Lui la passava a prendere e la portava in giro con la moto”.
“Ma questo non spiega il motivo per cui il macellaio poteva avercela con l’impiegato, semmai il contrario!”.
“Appunto! La gelosia è un motivo sufficiente per desiderare la morte di qualcuno, abbiamo tanta letteratura a documentarlo. Ma, come hai giustamente notato, è il geloso che è rimasto ucciso non il rivale”.
“E allora?”
“E allora l’ipotesi, che abbiamo formulato e che chiudeva il cerchio, era che il macellaio la sera del delitto andò a casa dell’impiegato, attirato da quest’ultimo. Quindi l’impiegato avrebbe minacciato o addirittura aggredito il macellaio. Allora quello lo abbia ucciso per difesa”.
“E come l’avrebbe attirato?”
“Quello ha poca importanza. Poteva inventare mille scuse. Qualcosa di importante da dirgli o da proporgli, magari aveva predisposto un agguato finito male. Il macellaio era molto più prestante e l’avrebbe sopraffatto”.
“Sembra plausibile”
“E, infatti, dopo aver appurato che sul coltello ci fossero solo le impronte del macellaio, abbiamo provveduto al fermo. Tutti soddisfatti, sembrava che il caso fosse chiuso rapidamente. Il macellaio avrebbe certo confessato. Aveva ucciso per legittima difesa”.
“E invece?”.
“E invece, quello non confessava. Si ostinava a dire che era andato a fare un giro di notte e che neanche lo conosceva quel tipo”.
" Un vero duro. E tu?".
“Io ero convito della sua colpevolezza. E anche Di Sabato. I colleghi già mi facevano i complimenti per la mia capacità investigativa e si dimostravano conviti che quello sarebbe stato il primo passo di una brillante carriera. Aspettavamo solo l’inevitabile confessione. Quello si ostinava a negare”.
“E alla fine ha confessato?”
“E alla fine, come nei migliori gialli cinematografici, ci fu un colpo di scena. Il macellaio aveva un alibi di ferro”.
“E chi glielo ha fornito?”
“I carabinieri”:
“Come? Mi prendi in giro?”
“Al momento del delitto il macellaio stava incontrando di notte dei contrabbandieri di droga. E’ tutto registrato dai carabinieri che, infatti, sono venuti a prelevarlo il giorno dopo. E, pure, piuttosto incazzati che con la nostra inchiesta gli avevamo mandato a monte mesi e mesi di appostamenti”.
“Incredibile! E’ il delitto rimane insoluto?”
“E’rimasto ufficialmente un delitto insoluto.”.
“Ufficialmente, dici. Quindi tu avevi un’idea di come si siano svolti realmente i fatti?”.
“Sì, ma era solo una mia idea”.
“Voglio saperla”.
“Vuoi?”
“Vorrei. Ti prego”.
“Spero tu non mi prenda per pazzo. Dopo il colpo di scena tornai sulla scena del delitto. Volevo riverificare tutto. Se avevo tralasciato qualche dettaglio importante. Mentre giravo per casa, andai a vedere nella libreria se c’era qualche libro particolare che mi desse qualche informazione in più sulla personalità della vittima.”
“Hai trovato qualcosa di interessante?”.
“Notai due libri: un giallo di Simenon, Il defunto signor Gallet e, accanto, una biografia di Borromini”.
“E’ che hanno di particolare?”
“Il giallo di Simenon lo avevo letto anche io: è un’inchiesta di Maigret su un delitto che alla fine si scopre essere un suicidio.”
“Davvero?”
“Inoltre, secondo la tradizione, Borromini si è suicidato lasciandosi cadere su una spada”.
“E l’impiegato ha fatto alla stessa maniera?”.
“Sì”.
“Ma come avrebbe fatto a non lasciare impronte sul coltello? Aveva dei guanti quando l’avete trovato?”
“il suo problema era tenere il coltello in verticale per lasciarsi cadere sopra a peso morto. Per farlo, aveva incastrato il manico in un blocco di ghiaccio. Poi con il coraggio della disperazione di un amante disilluso si è lasciato cadere sulla lama spaccandosi il cuore. Il caldo estivo poi avrebbe fatto il resto, il ghiaccio si sarebbe sciolto, tutti, trovandolo steso a terra con un coltello nel petto, avrebbero pensato ad un omicidio. Il coltello, chiaramente, lo aveva rubato nel negozio del macellaio nelle occasioni in cui si recava a fare spesa, di solito verso l’ora di chiusura. Così le impronte digitali avrebbero accusato quello che per lui era il suo rivale in amore. Un nemico imbattibile per lui, altrimenti”.
“Hai trovato conferme al blocco di ghiaccio?”
“Sì, ho appurato dove avrebbe potuto facilmente prenderlo”.
“Quindi sei sicuro della tua ipotesi?”:
“Già”.
“E non l’hai mai detta?”
“No”.
“A nessuno?”
“E perché?”
“Perché per quanto folle, assurdo, e colpevole era un gesto d’amore, per quanto l’amore può essere folle, assurdo e colpevole. A che serviva sporcarlo con una verità giudiziaria?”.
“…”
“…”
“Sei venuto meno al tuo dovere, se è così che si dice”:
“Sono venuto meno al mio dovere, sì”.
“...”
“…”
“Era la tua grande occasione, avresti risolto il caso.”
“Era la mia grande occasione, sì”.
“E invece…”.
“Invece…”
“…”
“…”
“…”
“Ci stanno chiamando”
“Sicuro?”
“Sì, l’usciere, laggiù, quello con il foglio in mano”.
“No, ti sbagli. Chiama qualcun altro”.
“Ma…”
“Fidati. Anzi, accompagnami a prendere un caffè al mare. Dammi giusto il tempo di liquidare Valeria”.
(fine)